La foglia giallognola

La foglia giallognola

sul ramo alto del platano

non ha più la sua vicina

l’ha vista scivolare lenta

penzolare incerta nel vuoto

invocare pietà al vento

cercare tra i rami una presa

adagiarsi infine docile

sopra un fitto fogliame 

vello tutore dorato 

della vita che verrà.

Pubblicità

MONDIALI DI CALCIO 2022

La “tenda” del Qatar offusca  quella di Gesù Bambino

Partiti i mondiali di calcio in Qatar; allo stadio Al Beyt, la cerimonia inaugurale vede sfilare tutte le mascotte delle passate edizioni e solo alla fine ecco lei, la nuova arrivata “La’eeb” (abile giocatrice) con la kefia araba e la tunica svolazzare come un fantasma dentro lo stadio.

Cerimonia sobria durata poco più di mezzora con canti e coreografie a voler rappresentare la voglia di unire tutti i popoli, ma anche racconto che è congiunzione col passato, con le tradizioni e il nuovissimo presente del paese ospitante.

Toccante il dialogo tra l’ultra ottantenne attore americano Morgan Freeman e il giovane cantante qatarino con gravissima disabilità; scambio fra uomini che vogliono  promuovere inclusione, tolleranza, rispetto e fa piacere che avvenga qui dove i diritti non sempre sono rispettati.

C’è anche il saluto dell’emiro  Al-Thani: “…Abbiamo profuso tutti i nostri sforzi per il bene dell’umanità… (il calcio) … è arrivato il giorno dell’inaugurazione…”  e puntuale alle 18 il fischio d’inizio della partita d’esordio chevede i padroni di casa soccombere per 2 a 0 all’Ecuador.

Davanti allo schermo mi accorgo che sono arrivato impreparato all’evento, quasi non me ne sono accorto forse perché l’assenza della nazionale del cuore ha creato inconsciamente una sorta di apatia definiamola “difensiva”, certo è che vedendo stadi nel deserto e gare mondiali disputate in periodo prenatalizio mi sono chiesto come sia potuto accadere e mi son ricordato quante perplessità aveva sollevato l’assegnazione.

Ho provato allora a riavvolgere il nastro e mi sono messo, per gioco, nei panni del selezionatore:

D) “Quindi vi candidate? Che paese siete?” / R) “Il Qatar emirato arabo”

D) “Ah… il calcio è il vostro sport nazionale?” / R) “No”

D) “Avete gli stadi?” / R) “No ma abbiamo soldi e progetti per costruirli”

D) “Da sempre il mondiale inizia a luglio ma da voi…” / R) “Certo da noi è impensabile…”

D) “Quindi?” /  R) “Facciamolo a fine novembre fa ancora caldo ma climatizzeremo gli stadi”

D) “A fine novembre? In quel periodo in Inghilterra, Francia, Italia, Germania, Brasile, Argentina       si giocano i campionati, forse non lo sapete, e in gioco ci sono interessi  enormi”

R) “Lo sappiamo… basta sospenderli un mese, giusto il tempo dei mondiali”

D) “Sospenderli? Un putiferio, club costretti a rivedere pianificazioni, piani di preparazioni…”

R) “Che problema c’è, fate riprendere i campionati con l’anno nuovo”

D) “Che bacino d’utenza avete?” /  R) “Il Qatar vanta ora quasi tre milioni di abitanti”

Per pudore  tralascio domande sul rispetto dei diritti fondamentali nel paese.

A questo punto se paragonassimo l’intervista a una partita di poker risulta palese che il  richiedente ha in mano davvero carte improponibili; allora com’è possibile abbia vinto la partita? Che carte avrà giocato?

Come sempre arriva in aiuto la saggezza contadina che affermava: 

“Con la borsa si fa ballare l’orso e anche l’orsa”!

In questo caso una “borsa” davvero gigantesca che è riuscita a prevalere addirittura sullo svolgimento dei ricchissimi campionati di tutto il mondo. 

Questo, però, oramai è il senno di poi e di fronte al fatto compiuto mi restano due considerazioni, una amara, una dolce.

La prima: ma che “borsa” ha mai questo piccolo emirato e buon per noi che l’ha usata per giocare a calcio, ma ci sono altri, con borse altrettanto grandi, che si divertono o possono decidere di “divertirsi” a giocare alla guerra!. 

Spaventa, l’enorme disponibilità di denaro in mano a pochi

La seconda: meno male che dietro l’angolo c’è il Natale, Gesù Bambino e l’invito è di non sciupare incollati alla tv il tempo e la magia di questa festività propria degli affetti, prepariamoci a questo secondo tradizionale evento, guardiamo anche  all’umile capanna, non perdiamo la tenerezza.

NON E’ PIU’ COME PRIMA

Pandemia e guerra, difficile dire cosa maggiormente opprime il cuore.

Certo le bombe cadono lontano e sulle nostre tavole arrivano solo racconti di storie disumane, di morti nei palazzi sotto i bombardamenti, di famiglie al freddo, senza corrente, senza acqua; i media sembrano però ignorare i soldati  di entrambi i fronti morti sul campo, di sicuro ci sono e credo tanti e si fatica, si fatica a dare connotati precisi a questo conflitto che lascia amaro in bocca, anche paura e incertezza per il rischio di mosse avventate che possano trascinare tutti nella tragedia.

Un peso aggiuntivo a quello della pandemia che ci attanaglia da quasi tre anni; oggi venute meno le dure restrizioni grazie ai vaccini, ci si illude di poter vivere una vita normale ma non è così: si vorrebbe andare a trovare l’amico, ma la moglie ha il Covid, andare dai nipoti ma si temono contagi perché loro vanno a scuola, al cinema è un rischio, fare un viaggio ma se si sta male lontani. 

Qualcuno azzarda, festeggia comunque il cinquantesimo di matrimonio, ti invita e allora decidi di accettare, di rischiare, anche perché torni dopo tanto a Crema nella bassa padana, alle tue origini, ai luoghi d’infanzia, ai ricordi, ci sarà la messa,  il rinfresco in una cascina appena fuori città, finalmente ci si ritrova, scappa qualche abbraccio, qualcuno si ritrae, la mano no, solo un cenno col capo, lontani gli affettuosi baci di un tempo.

Gli “sposini” sono ancora emozionati, balbettano quando il sacerdote ripete i riti del sacramento, poi tutti al ristorante, cascina riattata, l’aperitivo sotto il grande portico, poi nelle grandi sale con travi irregolari a vista, mi muovo fra i tavoli e a sorpresa, in uno, noto ben quattro Parroci, sacerdoti che gli sposi hanno incrociato nei passi della loro vita, uno lo conosco perché è stato il pastore del mio piccolo paese, ci si saluta si scambiano parole e, vista la circostanza, si parla di matrimonio.

Quale sacramento, quale giorno più bello di quello del sì, dico ai sacerdoti, ma la loro risposta mi gela, quali matrimoni, replicano, da anni nei nostri paesi non se ne celebrano più, ora vanno a convivere e se proprio devono è un matrimonio civile, qualche raro battesimo capita, ma per lo più figli di stranieri.

Incasso un duro colpo e lo stordimento è dovuto al fatto che la mia mente era tornata nel dolce passato, nel ricordo di quella mia terra religiosissima; di certo non sono all’oscuro del fenomeno stigmatizzato dai reverendi, solo confidavo sul  ritardo culturale della provincia, pensavo che almeno lì il tempo avesse rallentato.

Vengo così subito rispedito nelle dinamiche della grande città, ritornano concetti oramai oggetto di quotidiane disquisizioni quali “Identità di genere fluida”“Comunità LGBT+” ma anche “Metaverso” non di facile comprensione e questo ritorno alla cruda realtà dei tempi mi ha ricordato quanto sia difficile vivere “il presente” discuterlo, capirlo, decifrarlo, e quanto invece sia comodo e sbagliato restare ancorati a “certezze” che il tempo sta sgretolando.

L’ESTATE DI SAN MARTINO

L’estate di San Martino (11/11) dura tre giorni e ancora un pochino.

Nei miei incontri, quando commento l’antica saggezza contadina, affermo che questa poggia sull’aderenza dei proverbi alla realtà; da un po’ di tempo però mi affiorano dubbi sulla certezza dell’assunto soprattutto per quelli che parlano di morale, di famiglia, di sentimenti a causa della grande modificazione e instabilità dei valori verificatesi in questi ultimi tempi.

Mi restava la certezza dei proverbi di terra, più vicini al mondo contadino, ma anche la natura sembra imbizzarrita e accingendomi a preparare il proverbio del mese: “L’estate di San Martino” mi è venuta spontanea la domanda:

Ma allora quante estati avremo in questo 2022? 

Mancano, infatti, pochi giorni alla festa del Santo e nessuno ha avvertito i primi morsi dell’inverno, anzi siamo testimoni di un ponte di ognissanti caratterizzato, dalla Liguria alla Sicilia, da turisti che prendevano sole in spiaggia. 

Pur tuttavia provo ancora a credere all’aderenza dei proverbi con la realtà, sperando che tempo e gente ritrovino di nuovo un sano equilibrio:

Martino, Vescovo di Tours, vissuto tra il 316 o 317 muore nel 397, fu il fondatore del monachesimo occidentale; ufficiale romano si convertì e si ritirò in un eremo nell’isola di Gallinara e sino a noi è arrivato il suo nobile gesto della divisione del suoi mantello col povero infreddolito incontrato sul sentiero; gesto semplice ma carico d’amore.

Si ritiene infatti che con quel colpo di spada il Santo interruppe l’incedere dell’inverno regalandoci gli ultimi tiepidi giorni definiti appunto  “L’estate di San Martino”.

Apri la porta carezzandola

Apri la porta carezzandola

posi il vassoio sul letto

la tovaglietta ha ricami 

vivaci come la gioventù

dorata la tazza di the

marmellata di prugne

sopra fette biscottate.

Il tuo dolce buongiorno

sollecita rassicurazioni 

sorrido mento sto meglio

passerà vedrai con le nubi

allontanate dal vento 

ancora vedi soffia amore

il cielo tornerà presto sereno.

UCRAINA, UNA GUERRA BARBARA

Più tempo per la pace

Le quotidiane dolorose immagini del conflitto Russia Ucraina continuano a farmi lacrimare, fatico molto a parlarne ma l’indignazione di fronte alla  rappresentazione peggiore “dell’uomo in guerra”  è forte.

La storia sembra non insegnare nulla, le barbarie si ripetono; nella prima guerra mondiale le armi prevalentemente usate furono giovani uomini, leve definite dai generali “materiale umano”,di fatto carne da macello spedita a morire in fetide trincee; in quel conflitto si piansero le morti al fronte di tanti mariti, figli, parenti, il loro spaventoso numero sui monumenti ai caduti di ogni paese.

In quella prima guerra l’aviazione non c’era, arriva prepotente col secondo conflitto mondiale, Milano ancora ricorda i bombardamenti dell’agosto del ’43 che provocarono 2000 morti e che ispirarono i versi di Eugenio Montale

 “Invano cerchi tra la polvere, / povera mano, la città è morta…”.

La morte, così, oltre che al fronte, arriva anche nelle città.

L’attuale conflitto in Ucraina, invece, ricorda gli assedi medievali, con le catapulte sotto le mura a lanciare palle di fuoco; stavolta l’assedio però è vile, il nemico non è li sotto, non corre rischi di dardi e pece bollente, perché la “catapulta” è lontana, agile, si muove veloce e le “palle di fuoco”, i missili, vengono lanciati con un clic e poiché sono tutto men che intelligenti uccidono innocenti nel letto, per strada, mentre vanno al lavoro, bambini che giocano nel parco, pazienza.

Quando poi accade che un’esplosione danneggia il ponte che collega la Russia alla Crimea si riode una tremenda parola che incute terrore e che mai più avremmo voluto sentire: rappresaglia, a significare più “palle di fuoco” capaci  di uccidere di più e ancora più lontano.

Queste mie riflessioni non portano da nessuna parte ma mi addolora che almeno l’occidente, parlo dei popoli non dei poteri, non si schieri con ferocia per la pace invadendo le piazze, perché finisca, perché vinca la mediazione, la diplomazia, perché si dica una volta per tutte: No alla guerra. 

Pigrizia, indifferenza, egoismo, stress da lavoro? 

Dovessi scegliere fra queste ipotesi punterei il dito contro lo stress da lavoro.

La prendo larga; una volta, e ancora oggi in certi paesi sottosviluppati, si sosteneva giustamente che senza scolarizzazione, senza istruzione non poteva esserci ne libertà ne democrazia, questo da noi è avvenuto, ma pur istruiti, per capire, per discernere, per partecipare bisogna avere… tempo!

Chiedere, conquistare, disporre di tempo dopo aver avuto istruzione sarebbe rivoluzionario e lo credo possibile pensando a quanto le tecnologie hanno abbreviato i processi lavorativi: in metà tempo, vado per stima, si triplicano o più risultati e ricavi e di questo vantaggio dovrebbero beneficiarne tutte le componenti lavorative; rasserenerebbe il mondo del lavoro e conseguentemente la vita, favorendo una società migliore. 

Non c’è nell’anima dei popoli il germe della guerra!

PIOVERA’ A NATALE?

(Se fa belo a San Gal, fa belo fin Nadal)

(Proverbio veneto)

Per saperlo bisogna affidarci alla saggezza dei contadini che affermavano che se il 16 ottobre, giorno dedicato a San Gallo, c’era bel tempo, si poteva stare certi che il sereno sarebbe durato sino a Natale. 

Ai tempi i contadini non avevano l’attendibilissima “MeteoSwiss” e nemmeno le previsioni televisive, avevano però bisogno di fare serie considerazioni sul tempo per decidere se anticipare o ritardare le semine avendo intuito che il clima, nelle sue manifestazioni generali, era ciclico, ripetitivo.

Ecco allora che, con attenzione, annotavano fenomeni e tendenze concludendo che se il tempo volgeva al brutto a San Gallo c’era da credere che l’autunno sarebbe stato molto piovoso, migliorando solo verso la fine di dicembre; viceversa, se sereno quel giorno, bello assicurato sino a Natale.

La decisione era rischiosa perché se alla  semina seguivano giorni e giorni di pioggia il rischio concreto era che i chicchi potessero marcire confermando un altro adagio che afferma:

“Sotto la neve c’è pane, ma sotto l’acqua c’è fame.”

CAMPAGNA ELETTORALE – DAI MANIFESTI A TIC TOC

Domenica si vota, mai vista una campagna elettorale così breve con le TV costrette a ospitare i leader dei partiti sin dalla prima mattina; gli interventi si susseguono sino a sera e  non c’è scampo così, anch’io, ho ascoltato i dibattiti incuriosito e a volte tristemente sorpreso da minuscole combattive formazioni definiamole “sovraniste”che con no secchi su tutto, no all’Europa no all’Euro, no ai vaccini, no no no han messo in mostra visioni minoritarie, confermando però che democrazia esiste nel paese.

I dibattiti sono accesi le distanze chiare; fare previsioni è difficile e immaginare che ne uscirà un quadro politico simile al precedente con conseguente difficoltà a formare un governo è ragionevole, stiamo a vedere; quasi certa invece una forte astensione ad attestare che la politica oramai la fanno in pochi e questo oltre che deludere, preoccupa.

“Tic Toc”, così i partiti bussano ora alle porte dei cittadini affidando quasi esclusivamente la loro campagna ai social, persino alle up dei giovanissimi.

Solo poco tempo fa era comune vedere volontari dei partiti appendere manifesti sulle bacheche e sino all’ultima elezione le polizie locali dovevano intervenire per sanzionare affissioni abusive, ora invece muovendomi sul territorio sono rimasto colpito nel vedere questi spazi tristemente vuoti e la loro nudità mi ha fatto riflettere.

Le strutture sono vetuste e senza i colori della politica deturpano, in primis,  il contesto, poi fanno riflettere sui cambiamenti a cui stiamo assistendo e in me, quel vuoto metallico, ha accentuato la percezione della inimmaginabile velocità dei mutamenti a cui stiamo assistendo, complice anche la pandemia, convincendomi che il mondo che conosciamo è oramai passato, anche se fingiamo esista ancora.

Difficile quindi decifrare il futuro e dovrebbe essere  compito principale della politica guidarci in questa difficile transizione anche se, sin qui, ahimè,  non ha mai mostrato lungimiranza.

Mai comunque disperare nel domani, seppur arriverà diverso da come lo conosciamo.

REGINA ELISABETTA PRINCIPE FILIPPO

VITE REALI, VITE COMUNI

8 settembre 2022; nel pomeriggio i talkshow iniziano a diffondere la notizia del peggioramento della salute della Regina e quando attorno alle 19 c’è l’interruzione dei programmi per un’edizione speciale del TG tutti immaginiamo che i media annunceranno  la morte della Regina più longeva della storia.

Così è stato e se, ragionevolmente, l’età della sovrana poteva lasciar presagire che anche per lei sarebbe arrivata l’ora di tutti, nessuno l’aspettava così prossima perché solo pochi giorni prima aveva assolto il suo ruolo istituzionale  ricevendo Liz Truss per conferirle l’incarico  di formare un nuovo governo. 

Servitrice devota e severa del suo paese dal lontano 1952 ha percorso quasi un secolo di storia cimentandosi con tutti i problemi e le spigolose questioni delle diverse epoche che ha attraversato. 

Lascio ai media le celebrazioni ufficiali, i lunghi giorni di lutto prima del funerale, le reazioni dei sudditi, l’arrivo dei capi di stato da tutto il mondo, pettegolezzi,  aneddoti, elogi della vita della Regina che è stata travagliata somigliando, tante volte, al quotidiano di tutti.

Nell’abbondanza di spunti che la morte della Regina Elisabetta offre, a me preme sottolinearne uno: la Regina se ne va dopo poco più di un anno dalla morte del consorte Principe Filippo con il quale ha condiviso 73 anni di matrimonio, di vita.

Questo la rende grande perché l’accomuna alla sorte delle coppie umili che soffrono, dopo una lunga vita insieme, la perdita del compagno fino a morirne.

Accade spesso e che sia accaduto anche nel potente palazzo reale rincuora, vuol dire che anche lì l’amore coniugale può essere più forte del potere e della morte.