Per Santa Maddalena la noce è piena

(22 luglio)

Le piante di noci erano allora più numerose d’oggi e la loro ubicazione, negli orti del paese, ben nota a noi bambini che ingannavamo quei torridi pomeriggi estivi rubacchiando qua e là albicocche, mele o prugne.

Rubare noci era però più affascinante; difficile trovarle a terra anche perché, non conoscendo il proverbio,  arrivavamo sul luogo del delitto sempre anzitempo.

L’abilità allora era quella di lanciare sassi, bastoni, zoccoli verso il grande albero, vera azione d’assalto rumorosa quanto fallimentare e se, fortunosamente, ne cadeva qualcuna, era marcia, verde e immangiabile.

Più probabile che in testa piovessero gli oggetti da noi lanciati, seguiti da lì a poco dagli scapaccioni del proprietario che ci sorprendeva naso al insù.

Si rientrava allora mortificati a casa e qui arrivavano anche gli scappellotti dei nostri genitori ai quali, complice il verde indelebile delle nostre mani, era impossibile negare il misfatto.

La morale quindi è questa: per gustare ogni frutto bisogna aspettare che maturi, l’impazienza riserva sempre sapori aspri.

Coronavirus, razzismo e iconoclasti

“Non respiro”, ha detto George Floyd al poliziotto che per oltre sette minuti gli è stato sopra il collo con un ginocchio, “non respiro” ha continuato ad implorare inascoltato.

Di questi tempi tutti stiamo faticando a respirare; il timore del coronavirus ci tiene ancora prigionieri, balbettiamo nelle ordinarie pratiche quotidiane, diffidiamo di chi ci sfiora, di cosa tocchiamo, temiamo ancora per la salute nostra e dei nostri cari, guardiamo preoccupati al futuro.

La vita però non si ferma e nel Minnesota quell’uomo afro americano va a prendere un pacchetto di sigarette, paga con una banconota da 20 dollari, per la commessa è falsa, arriva la polizia e l’uomo muore come tutti sappiamo.

Scoppia la rabbia, più forte della pandemia; perché sempre neri, si chiedono neri e bianchi e così in America, ma anche in tante capitali europee e non solo, la gente scende in piazza, protesta con forza per combattere un male che sembra più tenace del virus: il razzismo.

L’odio razziale ha radici lontane, risale ai tempi degli schiavisti, dei negrieri, dei colonizzatori; accade così che la collera prende di mira anche le statue, ne fa le spese pure Cristoforo Colombo, il suo busto  in centro a Minneapolis, viene abbattuto.

Il frastuono che ne segue fa tremare la terra, risveglia  istinti brutali, rancori mai assopiti che danno la stura ad una violenza iconoclastica vista solo alla caduta dei regimi di Saddam Hussein, CeausescuGheddafi o Mussolini in tempi nefasti e più lontani, per citarne alcuni.

Ma i vandalismi di questi giorni alle statue di  Cristoforo Colombo, Winston Churchill, Mahatma Gandhi, Cecil Rhodes ed altri, che scontento rivelano? Solo rancore per un passato coloniale?

Ai “Giardini di Porta Venezia” a Milano la statua di Indro Montanelli non è stata abbattuta ma imbrattata con cinque barattoli di vernice rossa, in nero la scritta: “Razzista stupratore”, accusa che rimanda ad un fatto noto della vita dello scrittore/giornalista risalente alla guerra d’Africa.

Il gesto è stato rivendicato da due collettivi studenteschi: “LUME laboratorio universitario metropolitano” “Rete studenti Milano” come diretta conseguenza dell’uccisione di George Floyd e con l’intento di  sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema ancora imperante del razzismo.

Hanno dato anche una motivazione ideologica, sintetica: 

“Meccanismo intersezionale di trasformazione del presente e del futuro”.

?

Il punto interrogativo non vuole assolutamente banalizzare, anzi esprime difficoltà di comprensione perché, sino a ieri, vivevamo con la certezza che senza memoria del passato non può esserci futuro.

Come spiegare allora questi gesti iconoclastici?

Che sia davvero arrivato il tempo di profondi cambiamenti?

Da tempo ce lo chiede anche una ragazzina, Greta Thumberg preoccupata per la precaria salute della nostra Madre Terra.

Intanto in Italia la politica ha indetto gli “Stati Generali” per capire, valutare nel modo migliore  come affrontare l’attuale preoccupante crisi economica; a Villa Pamphili sfilano banche, industriali, commercianti, sindacati, economisti ma, alla luce di quanto sopra, pur apprezzando lo sforzo,  non viene il dubbio che siano riti stantii o comunque non sufficienti, visti i tempi?

Le proteste di questi giorni non chiedono forse di rimescolare le carte, abbattere barriere, rinegoziare valori, per un futuro meno conflittuale? 

GIUGNO LA FALCE IN PUGNO (De zogn la ranza ‘n pogn- prov. lombardo)

Dopo tanto lavoro, incertezze meteorologiche, ecco finalmente mature le dorate spighe di grano; oggi il raccolto, con le moderne mietitrebbie, avviene in tempi brevi e si ritorna in cascina già con i chicchi.

Non era così allora, il raccolto impegnava, falce in pugno e per giorni, decine d’uomini che si disponevano uno dietro l’altro, procedevano faticosamente nel campo, falciavano, legavano e allineavano grossi covoni pronti per essere caricati sui carri. 

Trebbiare era un momento di festa e l’operazione coinvolgeva, sin dal mattino, anche donne e bambini e per tutti, dopo la gran fatica, arrivava pane salame e vino.

La sera, i sacchi di frumento allineati sotto il portico, rassicuravano la famiglia che poteva così guardare con una certa fiducia al futuro.

A giugno la saggezza contadina suggeriva anche: “slarga la man e sèra ‘l pùgn”  (allarga la mano e stringi il pugno); mano aperta per ricevere il meritato guadagno, ma subito richiusa a protezione del gruzzolo  da utilizzare con parsimonia, da tesoreggiare per affrontare gli imprevisti.

Che brutto giugno, invece, l’attuale, quanti “raccolti persi”, quante attività in difficoltà; speriamo che, prima, sia prevalsa la saggezza contadina e che il pugno, si spera tenuto chiuso, possa ora aiutare a superare le difficoltà di questa brutta stagione.

SCIENZA, PREGHIERA, PANDEMIA

Prima del Coronavirus, di sabato, sui principali canali televisivi, si cercavano le immagini della partite di calcio; quest’ultimo sabato di maggio, invece, RAI UNO, ha trasmesso in mondo visione dalla grotta di Lourdes riprodotta nei giardini vaticani e in collegamento con i più noti  santuari del mondo, il santo rosario presieduto da Papa Francesco.
Nelle avversità ci si rivolge al divino, lo aveva fatto anche il Cardinale di Milano salendo sulla guglia del Duomo per invocare la protezione della  “Madonnina” e processioni salvifiche han fatto pure umili parroci in tanti paesi colpiti dal virus.
Pochi frammenti di sacro oramai, brevi spazi rubati ai palinsesti televisivi là dove il monopolio, da oltre tre mesi, appartiene ad una schiera più o meno credibile di virologi, politici, opinionisti.
Con la sua granitica modestia Papa Francesco ha iniziato la celebrazione con queste parole: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo”.
Ha chiesto insomma un miracolo recitando il rosario, preghiera in disuso, fatta di tanti Padre nostro, Ave Maria e Gloria, ripetuti come un mantra.
La litania, non so perché, mi ha rimandato al film di Olmi: “L’albero degli zoccoli”  e alla stessa preghiera che la povera famiglia della vedova recitava ogni sera davanti al camino per placare la fame e trovare la forza per affrontare l’indomani.
Mi ha ricordato anche il miracolo di cui tanto aveva bisogno quella madre: la guarigione della mucca che garantiva ai suoi figli, ogni mattina, almeno la scodella di latte.
Per quella sua necessità non aveva esitato ad invocare l’aiuto della Madonna, era andata a pregare alla piccola chiesetta vicina alla cascina, aveva poi attinto l’acqua dalla fonte lì vicina e, con quella, abbeverato la bestia che miracolosamente era tornata in salute.
Altri tempi, altra fede, ma la preghiera e l’implorazione servono anche oggi e pure alla scienza; lo ha detto ancora il Papa invocando l’aiuto divino affinché illumini proprio la mente degli scienziati per arrivare presto al “miracolo” della scoperta del vaccino e sconfiggere così questa pandemia che rende incerto il nostro futuro.
Credenti e non, tutti preghiamo per questo.

ALMENO SINO A SERA

Aria tersa dell’alba 

senza crespature 

l’azzurro del cielo. 

Tra  foglie palpitanti 

l’usignolo interpreta 

uno spartito lontano.

Attimi sospesi 

gorgheggi  evocano 

presenza del divino.

Tace così la paura 

la pena del  giorno.

Almeno sino a sera 

quando un sonno

che tarda a venire

veglia sui passi

  incerti nella notte.

FINE DEL LOCK DOWN

Sulla fine del confinamento si stanno versando fiumi di parole; io preferisco poche righe per esorcizzare la nostra insicurezza che ci sarà compagna non sappiamo sino a quando.
Con lei convivremo con disperazione o con speranza.
Se si è stati colpiti da un lutto, come purtroppo è capitato a troppi, c’è vero dolore e forse anche disperazione.
Diversamente è saggio affrontare questo tempo con speranza, sorretta dalla inconfutabile considerazione che anche prima vivevamo sotto un cielo incerto e che sin dalla creazione ci è nota l’umana caducità.  
 
Allora, con prudenza, non esitiamo a riprenderci la vita.

Il Signore manda la tigna e i capelli per nasconderla

(proverbio lombardo)

Incredibile come la pandemia riesca a penetrare oltre che gravemente nel corpo, anche nei meandri della mente.

Al computer per preparare il proverbio mensile mi sono reso conto che, di questi tempi, anche la saggezza dei nostri padri ha bisogno di revisione.

Ecco cosa scrivevo in precedenza commentando questa massima:

“ Il Signore mette sulle nostre spalle lo zaino della vita e a volte, non

certo per errore, nel tascapane troviamo croste rancide, bruciacchiate,

avanzi, cose indesiderate. Sono i nostri limiti, le debolezze, le nostre lacune, mescolate però nella sacca con altre virtù che attenuano la delusione e ci portano a concludere che ciò che Dio ci dà è sempre un dono”.

Ciò che Dio ci dà è sempre un dono!?

La tigna è una eruzioni cutanea, un rigonfiamento rossastro, squamoso che provoca prurito, vesciche, ma che soprattutto è sgradevole a vedersi, ecco il nesso con la chioma che maschera, cela il disagio.

Come potremo mai fare oggi per “nascondere” questa impietosa tigna, questo malefico Coronavirus?

La risposta mi è venuta spontanea: riabilitando l’antica saggezza.

Dovremo in buona sostanza frugare nello zaino della nostra vita e lucidare tutti i valori positivi che vi troveremo, in particolare quello della riservatezza che ci permetterà di “nascondere” tutte le nostre pene per  lenire e proteggere, con la nostra discrezione, anche le sofferenze altrui.