Marzo di vento, poca paglia e tanto frumento

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Vento benefico quello di marzo!

 

Il buon raccolto è frutto di molti fattori favorevoli: la fatica del contadino, la bontà della terra, l’aratro che sprofonda, la qualità delle sementi, ma certamente chi la fa da padrone è il tempo.

 

Il clima determina, irrimediabilmente, l’abbondanza o meno del raccolto, a volte gratificando, altre penalizzando la fatica dell’uomo.

 

L’impertinente e scapestrato vento di marzo è prezioso alleato perché garantirà ricche messi di grano, poiché col suo soffio prepotente e giovanile asciugherà la terra fradicia, rallenterà la crescita dello stelo, consentendogli di arrivare regolare e robusto al calore estivo e ciò renderà la spiga rigogliosa e generosa.

 

Vento benefico quello di marzo!

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8 MARZO LODE ALLE DONNE

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Cespuglio mimosa in fiore

 

Recentemente, una breve indisponibilità di mia moglie, mi ha costretto a prendere in mano le redini di casa, insomma a fare il casalingo dal mattino alla sera e questa situazione ha confermato, con maggior chiarezza, mie precedenti riflessioni e convincimenti.

Quante capacità ci vogliono, quanto impegno, quanto lavoro, quanto amore!

La donna in casa è poliedrica: cuoca, guardarobiera, psicologa, amministratrice, medico, dietologa, docente; sa dialogare con gli enti, la scuola, sa pianificare, prevedere, risparmiare e anche quando si tratta di compiere mansioni in apparenza meno nobili quali le pulizie, lo fa con metodi necessari e preziosi per salvaguardare nel tempo i beni materiali della famiglia.

Meditando le quattro righe sopra esposte, non ritroviamo nelle capacità descritte le attitudini che ogni azienda richiede a un bravo manager?

Perché allora il termine: “Casalinga”per troppo tempo è “risuonato” se non denigratorio, di sicuro riduttivo?

Che cecità noi uomini, che distratta la società!

L’abbaglio ritengo sia dipeso dal fatto che, dopo un mese di qualificato e duro lavoro, le donne non mettevano in tavola la loro busta paga.

Se il loro lavoro fosse stato retribuito, quale lo stipendio?

Proviamo a monetizzare quanto si spenderebbe affidandosi a collaboratori esterni, a un cuoco, alla lavanderia, a un’impresa di pulizie, a un ragioniere, a un buyer, insomma a un team coordinato da un direttore generale delegato a mandare avanti l’azienda “Famiglia”.

Va tenuto anche presente che queste lavoratrici erano e sono poco tutelate poiché il loro contratto non prevede festività; figli e mariti mangiano, dormono e si cambiano anche di sabato e domenica.

Certamente la cifra sarebbe superiore a uno stipendio medio alto.

Il rammarico e la domanda: se fossimo, noi uomini, stati capaci di riconoscere l’assoluta preziosità del loro lavoro, le donne non avrebbero, forse, preferito rimanere fra le mura domestiche con un ruolo più gratificante, armonico, anziché cimentarsi con la vita d’ufficio spesso acida, spigolosa, conflittuale alla scrivania, faticosa nei trasferimenti per treni in ritardo, metropolitane sovraffollate?

Realtà queste che spesso penalizzano la vita di coppia che fatica a trovare tempo di vera condivisione.

Certamente nella scelta, soprattutto oggi, ha peso l’aspetto finanziario, ma quanti modi per gestire un bilancio famigliare!

Ci fosse poi un “Reddito di casalinga”che respiro e che “rivoluzione” per la famiglia!

Forse noi uomini non le abbiamo amate abbastanza, facciamoci allora perdonare e riconosciamo, almeno in questo giorno, la loro insostituibilità, la loro solidità, la loro risoluta capacità di rimanere, oltretutto col doppio ruolo di lavoratrici e spose, pilastri della famiglia e dell’amore.

Lode all’amore, lode alle donne!

PAROLA DETTA, PAROLA SCRITTA

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Violenza verbale

 

“Dimmi come parli e ti dirò chi sei”.

Il tema potrebbe sembrare banale, in fondo, dette o scritte sempre parole sono.

Che male possono fare, mica sono bombe.

Eppure chi non conosce l’adagio: “Ne ferisce più la penna che la spada”.

La citazione ha senso e valore sia per la penna sia per la bocca perché le parole pronunciate, scritte sono di volta in volta giudizi, sentenze, dichiarazioni, impegni, promesse, sentimenti che governano e dovrebbero governare la nostra vita civile.

Purtroppo oggi il campionario di sproloqui non conosce limiti e la violenza verbale è all’ordine del giorno e coinvolge sia i rapporti fra le persone, sia la stampa e ancor di più i media.

Violenza ancor più odiosa quando attuata da persone colte, gente di potere, alla quale non si può riconoscere l’attenuante generica d’ignoranza nella comprensione dei termini.

Pacifico che, se loro per primi infarciscono i loro, spesso, cattivi o vuoti pensieri con volgarità, il risultato sarà di alimentare una platea sboccata, distratta, soprattutto superficiale, che si riterrà autorizzata ad una ancor più cupa e bassa violenza verbale.

Si sa anche che dalle parole si passa ai fatti e le angherie che potrebbero seguire, si spera solo verbali, serviranno a confondere le acque, a rendere difficile il discernimento, a tener lontani i cittadini dai veri valori.

Per fortuna qualcuno ancora si ribella ed è auspicabile che siano gli evangelici granelli di senape.

Ai politici, giornalisti, opinionisti che si scontrano in tribune che assomigliano più a un ring e che scagliano con leggerezza parole al vento ricordo l’ultima riga del Vangelo di Matteo:

“Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. 

SAN VALENTINO: L’AMORE PROFUMA DI ROSE

 

 

Mi sono occupato di San Valentino nel libro: “L’amore profuma di rose” scritto insieme a mia figlia Silvia, autrice della parte storica, riservandomi di scoprire e capire perché proprio quell’anziano vescovo di Terni, nato nel 175 d.C. e martirizzato nel 273 d.C. al secondo miglio della via Flaminia, fosse universalmente riconosciuto santo dell’amore.

Le tracce della storia sostengono che il Vescovo seppe trasformare in sacro l’amore profano del fauno Luperco, indiscusso dio pagano della fertilità, la cui festa ricorreva il 15 febbraio, data che segnava l’inizio della primavera e il risveglio dei sensi.

Quel giorno venivano messi in un’urna i nomi delle vergini del villaggio e in altra quello degli uomini, poi un bimbo bendato sorteggiava le coppie che quell’anno avrebbero vissuto insieme col preciso scopo di procreare.

Delirio dei sensi.

 

sorteggio delle vergini e fauno Luperco

Il nostro Valentino, invece, dava sacralità all’unione, disegnava i contorni della moderna famiglia, arrivando persino a disobbedire gli ordini dell’imperatore Aureliano unendo in matrimonio cristiano ragazze ternane con soldati di Roma e questo gli costò la vita.

MARTIRIO

decapitazione di San Valentino

Racconti passati di bocca in bocca e arrivati sino a noi, narrano poi che in vita il Vescovo seppe favorire e conciliare, anche con l’aiuto delle profumatissime rose del suo giardino, coppie felici e altre meno e che tutte, proprio il 14 di febbraio accorrevano da lui per una benedizione.

S.V- e il matrimonio

Valentino  e la coppia felice

Quello che però maggiormente sorprende, è scoprire che il santo dell’amore, festeggiato dai giovani di tutto il mondo sia un arzillo ultra novantenne.

Sorpresa che dura poco però, poiché dei giovani è la passione, il colpo di fulmine, la frenesia, mentre l’amore richiede pazienza, dedizione, riflessione; ha bisogno soprattutto di tempo e matura e si consolida nella coppia dopo anni e anni di vita condivisa nella buona e nella cattiva sorte.

Tempo che potrebbe non bastare per capire l’amore, come diceva bene il poeta irlandese William Butler Yeats nei versi di “Heaven”:

“Ah l’amore è cosa tortuosa, – nessuno è sufficientemente saggio – da scoprire tutto ciò che racchiude, – altrimenti penserebbe all’amore – fino a quando le stelle non siano fuggite – e le ombre non abbiano divorato la luna”.

Coccoliamole allora, capiamole, gratifichiamole, viziamole per tutti i giorni della nostra vita, loro che sono l’altra nostra preziosa metà del cielo.

Buon San Valentino e che sia vero amore!

Unknown

…E PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTA’

 

PACE

…e pace in terra agli uomini di buona volontà

Il primo giorno dell’anno, ricordato anche dai sacerdoti nell’omelia, è la “Giornata mondiale della pace”e quest’anno si è celebrata la cinquantaduesima edizione.

Ancora con l’albero e il presepe da smontare, gli avanzi di panettoni in credenza, i torroncini nella scatola dei dolci, le note di “…Astro del cielpargol divin” nel cuore, dobbiamo ricordarci delle tante guerre nel mondo.

Guerre e conflitti che noi europei ci siamo lasciati alle spalle da oltre settant’anni grazie all’Unione, e si fa fatica a capire come, ancora di questi tempi, ci siano politici che provino a minare l’istituzione.

Papa Francesco, occupandosene, ha rimarcato con chiarezza che i politici sono i veri artefici di guerra e pace, ammonendoli e dicendo loro che: “La buona politica è al servizio della pace.

Non si capisce come potrebbe essere diversamente se lo comprendo anch’io, fortunato, nato subito dopo il secondo conflitto mondiale, che ho solo udito racconti di sanguinose battaglie, di bombardamenti, di rappresaglie, di stenti, di morti.

Eppure…

Senza scomodare il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, mi ha molto scosso l’annuncio di Vladimir Putin, diffuso a fine anno, col quale il Presidente della Federazione russa, annunciava al mondo di possedere: Avangard  un missile balistico intercontinentale capace di trasportare testate nucleari a una velocità di punta che può raggiungere Mach 20, ovvero oltre 23mila chilometri orari.

Annuncio col quale esprimeva anche una sua personale preoccupazione per una guerra nucleare!

Si vis pacem, para bellum” è il consiglio di un ignoto autore di tempi lontanissimi.

Possibile che a distanza di millenni non sia possibile altra strategia?

In democrazia vince la maggioranza, se provassimo quindi, su questo assunto, a portare ad un voto referendario la popolazione intera del pianeta, pensate che i profughi, gli oppressi, i torturati, i reclusi, i perseguitati, ma più semplicemente padri e madri impegnati nello sbarcare il faticoso lunario siano favorevoli ad un conflitto?

Si ritorna ai politici, ai pochi!

Nel messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della giornata della pace si legge questa citazione: Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).

Forse potrebbe essere singolarmente salvifico, ma non basta.

Bisogna che l’invito di pace si diffonda e, perché no, anche con questa nuova forma di “democrazia social telematica”capace di propagare idee, creare consensi, raccogliere folle, come abbiamo visto recentemente per partiti sorprendentemente emergenti o gialli movimenti di protesta d’oltralpe.

I politici, ecco che torniamo a loro, l’hanno ben capito, taluni si muovono come “star influencers”,hanno milioni di followers che trasformano in discepoli.

Ecco l’auspicio di Papa Francesco e degli uomini di buona volontà: che usino queste nuove forme di potere e s’impegnino per una  “Buona politica al servizio della pace.

Che sia così!

 

Buon 2019

LA LETTERINA DI NATALE

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Caro papà…

Manca poco a Natale, l’inverno si fa sentire, fa freddo e nella notte è scesa anche la prima neve.

“Paolino vieni a vedere!”.

La mamma scosta la tendina e il bimbo resta meravigliato dal candido, soffice e silenzioso manto che avvolge ogni cosa: orto, cortile, tetti, strade, alberi, fossati, rovi, anche il campanile della chiesa.

“Che bello mamma…vado”.

Il bimbo afferra al volo la cartella e, nonostante la neve, salta come un leprotto per raggiungere i suoi compagni di scuola che sono poco più avanti e di sicuro, prima di entrare in classe, si sfideranno a palle di neve.

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…candido, soffice, silenzioso manto che avvolge ogni cosa…

Va volentieri a scuola in questi giorni perché c’è una particolare animazione; ieri è venuto persino il Parroco, ha fatto catechismo in classe, ha parlato di Gesù che viene, ha raccomandato ai bambini di essere particolarmente bravi nel periodo dell’avvento e le suore, lì vicino, nel pomeriggio, stanno preparando i costumi per la rappresentazione del corteo dei Re Magi.

Tutti sperano di essere scelti per rappresentare o Melchiorre, o Baldassarre, o Gaspare!

A scuola la maestra li aiuta a disegnare la letterina per il papà, a ritrarre sul cartoncino i personaggi del presepe e vuole che imparino a memoria una poesia.

“Paolino, ripeti”.

“Dalla tua culla…adorato…Bam…Bambinoooo…”.

“Avanti…”.

“Non la so”.

Le vacanze natalizie arrivano quando i bambini hanno imparato la poesia e preparata la preziosa letterina.

Paolino, orgoglioso, la mostra subito alla mamma:

“Guarda, ci sono anche i brillantini…ho disegnato la capanna …ti piace?”.

“Certo, ma cosa scriviamo al papà?”.

“Prometto…prometto…”.

Le sere che precedevano il Natale, mamma e bimbo, di nascosto, completavano il testo che era faticoso, perché bisognava poi rispettare ciò che si prometteva per iscritto.

Finalmente siamo alla vigilia; la sera nulla di speciale in tavola, salvo un cartoccio di pesciolini sotto aceto che la mamma ha preso a bottega, sa che piacciono tanto al papà.

Durante il giorno però ha visto tagliuzzare verdure, impastare la farina, tante pentole sul fuoco; aveva sentito anche strida dal pollaio; di sicuro erano preparativi per il pranzo dell’indomani.

Finalmente ci siamo, è la mattina di Natale, Paolino si è svegliato presto, scende di corsa dalle scale per la colazione, ma prima va dritto al presepe e tira un sospiro di sollievo:

“Mamma, c’è Gesù nella culla, com’è bello!”.

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“Mamma, c’è Gesù nella culla, com’è bello!”

Poi si siede davanti alla scodella di latte e vede che sulla stufa bolle già il brodo e il profumo ha invaso tutta la casa e va a mescolarsi all’odorino che arriva dal forno; il bimbo già pregusta il pranzo natalizio.

“Svelto, preparati che andiamo tutti alla messa alta”.

Era la messa solenne, dei “cantori”con il Gloria e il Credo salmodiati in latino.

Per fortuna alla fine della celebrazione tutti, ma proprio tutti, intonati e non, cantavano con gioia infantile: “Tu scendi dalle stelle…o Re del cielo…e vieni in una grotta…al freddo e al gelo”.

Quel canto corale commuoveva tutti, inteneriva il cuore e festosamente accompagnava i passi che portavano alla culla di Gesù dove ci s’inginocchiava per il bacio.

 “Ite missa est”.

“Forza Paolino, fa presto così, intanto che il babbo è all’osteria, noi gli nascondiamo la letterina sotto il piatto”.

Eccezionalmente, a Natale, primo e secondo e così in tavola due piatti, uno per i ravioli in brodo e l’altro per la gallina ripiena e le patate.

Paolino è eccitato:

“La metto sotto la fondina?”.

“No, no, sotto il piatto piano, nascondila bene, che non salti fuori”.

Sbatte la porta.

“E’Pronto?

Il papà è arrivato prima del previsto, si accomoda al suo solito posto soddisfatto della tavola così ben imbandita e dei profumi che son per l’aria.

“Sì, sì tutti a tavola”.

Paolino si sbrodola perché più che il piatto, osserva il padre.

“Buoni i ravioli, brava Maria, però non stare lì a tribolare, non cambiarmi il piatto, mangio tutto nella fondina”.

“Nooo!”.

Il piccolo, che non ha colto gli sguardi d’intesa dei genitori, impallidisce.

“Eh no caro Pepo, a Natale si cambia anche il piatto”.

Sospiro di sollievo.

Per fortuna il babbo è di buon appetito e finisce veloce anche gallo e patate, poi solleva il piatto:

“Maria toh prendi…ma cos’è, cosa c’è qui sotto”.

“La letterina papà”: urla il bimbo.

La mamma lo sente, si avvicina alla tavola.

Pepo prende la busta, toglie la letterina che perde qualche brillantino, se la gira un po’fra le mani, la osserva, ma lui non sa leggere.

Su Paolino leggila”.

 “Caro papà, prometto che sarò bravo, prometto che sarò ubbidiente con te e con la mamma, prometto che ti aiuterò  in stalla, prometto che aiuterò la mamma in casa e prometto che studierò tanto per essere promosso, Buon Natale papà”.

“Bravo, sei stato proprio bravo, queste son dieci lire per te”.

Peppo e Maria sono commossi; la mamma si riprende prima e annuncia che c’è un’altra sorpresa.

“Paolino ci reciterà anche una poesia”.

“Davvero? Vieni qua, sali sulla seggiola che ti voglio sentire bene!”.

Ritto, impettito, gratificato anche dalla mancia di papà, il bimbo si sente come un attore sul palco, prende coraggio e, ispirato, assorto:

Dalla tua culla, o adorato Bambino

Tendi l’orecchio un momentino.

Mi senti?

Povere e deboli sono le mie parole

Ma piene di fervido amore.

Esse dicono soltanto:

Concedi Gesù santo

Ogni grazia e tanto amore

Al babbo, alla mamma e al mio cuore”.” 

Accadeva un lontano Natale.

Oggi, ancora, Paolino, mi raccomanda di fare a voi e famiglia, affettuosi auguri di serene feste natalizie.

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Buon Natale

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

 

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Frate CECILIO MARIA

Milano, sabato 10 novembre ore 15, pioviggina ma c’è grande ressa per strada e tutti puntano alla stessa meta; taluni corrono, sono in ritardo.

Arrivati, si fatica a trovare posto a sedere, bisogna sgomitare, scavalcare persone per raggiungere i due posti liberi al centro.

Stadio di San Siro? Palazzetto dello Sport? Forum di Assago?

No, è l’appuntamento annuale in Viale Piave 2, Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, per la celebrazione eucaristica in ricordo dei defunti; la parrocchia è più nota ai milanesi come “Opera San Francesco per i Poveri”.

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Milano – Chiesa del Sacro Cuore di Gesù

Realtà solida “L’Opera”che conferma la “Milan col còer in man(Milano dal cuore grande) capace di dare pane, vestiti, cure mediche, igiene, ai tanti disperati, nostri e del mondo che, ogni giorno, bussano alla sua porta.

Qui ci venivo quando, ragazzo, ero ospite dell’opera San Vincenzo De Paoli che accoglieva, nei primi anni sessanta, giovani in fuga dalla povertà delle campagne e alla ricerca di lavoro e un futuro migliore in città.

Io e i miei amici qui venivamo anche perché incuriositi dalla fama di un frate, Fra Cecilio, arrivato, negli anni cinquanta, dalle valli bergamasche, per gestire la struttura.

Lunga barba bianca, semplice nei pensieri, umile, quel frate però capì subito che le vie della grande Milano non erano poi così diverse dai sentieri di povertà che aveva percorso, sino allora, nelle sue valli sperdute.

Così, pur patendo un’iniziale ilarità, si mise il sacco in spalla e, come i frati di manzoniana memoria, iniziò a bussare alle porte del quartiere per raccogliere cibo, indumenti, soldi che gli servivano per sfamare i poveri che, oggi come allora, sostavano davanti alla sua chiesa.

Sarà proprio lui a fondare nel 1959 e dirigere per lunghi anni “L’Opera”che è tuttora un vanto, un fiore all’occhiello della città.

Da fra Cecilio, noi giovani, venivamo anche per un altro motivo e me ne sono ricordato osservando un quadro appeso nella cappella dove riposa e che lo ritrae in veste di confessore.

Raccontare le colpe era esercizio faticoso e delle nostre un poco ci vergognavamo, ma divenne facile spifferarle a lui che ci guardava assorto, bonario, non ci chiedeva dettagli, né il dove, né il come e ci assolveva non con una ramanzina, bensì con una brevissima frase che ci consolava e nello stesso tempo ci disorientava:

“Sai che il Signore ti vuole bene?”.

Ce ne andavamo, mondi e sereni.

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Fra Cecilio confessore

Era a quei tempi un ultra settantenne, vivrà fino a 98 anni, forse soffriva anche di sordità, ma la sua vera preoccupazione non era quella di sentire le nostre piccole miserie, ma di darci un messaggio salvifico per la nostra vita di giovani catapultati, soli, nei pericoli della grande città.

Torniamo alla celebrazione che è stata solenne, raccolta, ci ha fatto ricordare, con malinconico affetto, i nostri cari.

Strapiena la chiesa ma, curiosando fra i banchi ho dovuto costatare a malincuore che i più giovani, fra i presenti, erano gli ultrasessantenni.

Ma come, ho riflettuto, dove sono i “veri giovani”che di sicuro avranno da ricordare genitori, nonni, zie, zii, così come facevamo noi ragazzi di un tempo quando, durante la novena dei morti, non ci veniva risparmiata nemmeno la processione serale,  nel buio, verso il camposanto, per vegliare e far compagnia, per poche sere l’anno, ai nostri cari defunti.

Difficile rispondere, forse, noi “grandi”, troppo abbiamo esentato i nostri figli da sacrifici, impegni, fatiche, dimenticando che, pur se in epoca di apparente benessere, anche per loro arriveranno le sofferenze della vita.

A quel punto c‘è da sperare che sappiano, più che eluderle, metabolizzarle, elaborarle e ritrovare solidi principi.