DARE PER RICEVERE

La terra, il generoso ventre materno che ricompensa con una rigogliosa spiga di grano anche quando le si getta, a volte svogliatamente, un solo chicco!

Ripaga sempre con abbondanti raccolti se l’aratro la penetra con solchi profondi, se la si nutre con abbondante concime, la si disseta con pioggia benefica, acqua ristoratrice.

Salomonica dimostrazione che non si può ricevere senza dare.

Il contadino che, con invidia, guarda l’orto del vicino colmo di frutti, può stare certo che la terra ha risposto proporzionalmente alle attenzioni che le sono state prestate.

In questi tempi di pandemia quanto maggiormente serve “dare”  piuttosto che ricevere.

PANDEMIA: VACCINI e RIABILITAZIONE

E venne finalmente il giorno della prima somministrazione del vaccino, naturalmente per me e mia moglie e per tutti gli over ’60: AstraZeneca.

Si perché in Italia dopo tanti tentennamenti han deciso che è quello il vaccino da somministrare alle categorie deboli, quello che inizialmente era riservato ai giovani.

Poi notizie contradditorie, tentennamenti anche a livello europeo là dove il vaccino in questione è stato sospeso, addirittura ritirato in certi stati dell’unione.

Noi, marchiati come “categoria fragile”, timori  ne abbiamo avuto, c’è chi, preso dai dubbi, si è ritirato dalla lista di prenotazione.

Il governo però tranquillizza tutti con una affermazione lapalissiana, semplice quanto d’effetto: i benefici sono superiori ai rischi. 

Di sicuro sarà così, però quante tensioni inutili, quanti brutti pensieri han creato in noi anziani.

L’ago comunque è penetrato, il secondo richiamo ai primi di luglio e questo apre un lungo periodo d’incertezza soprattutto in merito al grado di protezione da contagio e la mia generazione già ha capito che  è meglio usare ancora le precauzioni seguite sin qui.

Poi?

Poi ci sarà bisogno di “riabilitazione” perché non sarà così semplice ritornare alla vita normale, ce ne siamo accorti mia moglie ed io che, prima di essere vaccinati, ipotizzavamo finalmente attimi di libertà, ma subito dopo siamo tornati allo schema di vita controllata di quest’ultimo anno.

A luglio? 

Al cinema? Al ristorante? In viaggio? Cene con amici?

Dopo, dopo, dopo e la riabilitazione sarà lenta e faticosa quanto la ripresa economica.

IL GELO DI APRILE RIEMPIE IL BARILE

E’ certamente un fenomeno insolito, ma può capitare che anche a primavera inoltrata un capriccio atmosferico possa far ritornare temperature invernali e, se non proprio la neve, di certo il gelo.

Il contadino cerca di interpretare a chi può giovare questo freddo inopportuno e la risposta non tarda ad arrivare: la brina di aprile farà bene alla vite che posticiperà le prime gemme ed eviterà così malattie successive a solo beneficio dei grappoli futuri che saranno robusti e ancora più succosi.

Sembra un proverbio improbabile per le campagne lombarde, va invece ricordato che sino agli anni trenta la coltura della vite era largamente diffusa anche da noi, i contadini sistemavano filari lungo gli argini dei campi arativi, utilizzando quali pali di sostegno gli alberi, o impiantavano pergole nell’orto e pergolati davanti alle cascine.

La vendemmia era essa stessa una ricchezza, a tal punto che negli atti notarili di compravendita si distingueva il campo solo arativo dal terreno “arativo-vitato”.

Il vino? Era il “Clintòn” un vino contadino consumato a tavola per accompagnare polente e portato in fiasco sugli argini dei campi perché col suo gusto aspro dissetava nelle torride giornate estive.

Purtroppo ci si accorse che conteneva in abbondanza una sostanza, la “pectina” pericolosa per la salute e fu così quelle vigne furono proibite e nella bassa pianura padana scomparvero.

Pasqua e pandemia, nulla da ricordare

Da tempo raccolgo i momenti più belli dell’anno: figli, nipoti, cerimonie, viaggi, amici, paesaggi, che metto poi sul calendario settimanale da tavolo.

Sino allo scorso anno la difficoltà era quale foto scartare tanti erano i ricordi gioiosi; per il 2021, invece, ho dovuto inventare  sequenze di lontani “amarcord” per non costruire un calendario che di continuo mettesse il dito nel dolore del 2020.

Già questo è triste, ma delusione ancor più cocente è l’aver dovuto affossare il pensiero che mi ero preparato la scorsa primavera, mentre sceglievo due foto significative della pandemia,  che recitava così: 

“Vi ricordate bambini che roba lo scorso anno…etc.”.

Magari gioendo dello scampato pericolo e confidando nella virtù taumaturgica del tempo abile a esiliare nell’oblio e in fretta  le pene.

Dolorosissimo invece constatare che le stesse due foto potrei rimetterle di nuovo ora; brucia, brucia tremendamente pensare che ancora quest’anno sarà una Pasqua in solitudine, senza figli, senza nipoti. Ce la faremo? 

Si, ce la faremo anche se le energie sono agli sgoccioli, ce la faremo perché ad aiutarci è arrivato il vaccino che ci dà fiducia e ci incoraggia a guardare il futuro che sembrava compromesso.

Dobbiamo solo continuare ad essere prudenti, metterci in coda pazientemente rispettando le priorità dei più fragili e comprendere che molto tempo dovrà ancora passare prima che tutto diventi qualche cosa da “ricordare”.

Intanto non perdiamo la tenerezza.

Buona Pasqua

SIMONE DI CIRENE

Io Simone di Cirene

stanco tornavo dai campi.

Quando ecco incontro

quell’insolito corteo

insolito un corteo

per una crocefissione.

“Tu porta la croce”

I soldati me lo ordinano

obbedisco.

Che nodosa pesante faticosa!

Per il resto della mia vita

sentii sulle spalle

nell’anima greve

il peso di quel legno.

Perché poi l’uccisero

quel nazzareno?

Per San Giuseppe fuori lo scaldino dal letto

Nelle case dei contadini lombardi l’ora prima di andare a letto, nelle fredde sere d’inverno, era preceduta dal rito dello scaldino.

Mentre noi bambini ciondolavamo dal sonno la mamma, con la molletta, estraeva dalla stufa braci ancora rosse, le deponeva nel braciere, le copriva con un sottile strato di cenere poi saliva veloce nelle gelide stanze.

“State ancora un po’ lì vicino alla stufa – ci diceva – quando torno diciamo il rosario,  poi tutti a dormire”. 

Così alle nove di sera, assonnati, recitavamo le preghiere aspettando solo di infilarci sotto le coperte. 

Che magico quel momento!

Tremando “brr che freddo”  salivamo di corsa le scale, attraversavamo la camera dei genitori e ci fermavamo davanti al lettone ad aspettare l’arrivo della mamma che levava  “monega” e scaldino attenta a non rovesciare le braci e a quel punto, finalmente, potevamo infilarci sotto le coperte.

Che gioia il tepore lasciato dal braciere, tenero e avvolgente come l’ultimo bacio della mamma.

Quando ci comunicavano che “basta fuoco nel letto” ci ribellavamo, facevamo i capricci, ma tradizione voleva che a San Giuseppe, prima festa campestre anticipatrice della primavera, ora anche festa del papà, questo rito tanto caro a noi bambini s’interrompesse.

Buona domenica ai papà!