NORVEGIA, APPUNTI DI VIAGGIO FRA FIORDI E CAPO NORD “Viaggiare è un poco soffrire”

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La Costa Pacifica

Nel programmare i viaggi bisognerebbe adottare la tecnica usata per la distillazione della grappa, che prevede l’esclusione di testa e coda e conserva solo la parte centrale del distillato che risulta, a quel punto, perfetta, corposa, intensa, profumata, gradita.

Il preambolo è d’obbligo proprio perché la parte faticosa e le inevitabili sofferenze del viaggio si manifestano giusto in partenza e all’arrivo.

“Viaggiare è anche un poco soffrire”, l’abbiamo premesso, animo quindi e partiamo.

Ci attende alle 11,40 a Malpensa, un volo Alitalia che in poco più di un’ora e mezza ci porterà ad Amburgo dove, nel porto, troveremo la nave da crociera “Costa Pacifica”.

Un soffio il volo; la compagnia prevede però la presenza in aeroporto per le 9,30 e da Milano ci sono da percorrere oltre 50 kilometri prevalentemente di trafficatissime tangenziali, poi c’è da lasciare la macchina a “ParkinGo” e questi posteggi, disseminati lungo strette e nascoste stradine adiacenti l’aeroporto, non sono mai facili da trovare, per cui da casa bisogna uscire non dopo le 8.

Benevolo il traffico, arriviamo puntuali al banco del check-in e, con nostra sorpresa, scopriamo di essere buoni ultimi in coda; molti turisti, infatti, sono arrivati da destinazioni lontane ed evidentemente hanno pernottato vicino a Malpensa e appena svegli si sono precipitati all’accettazione.

Il volo parte abbastanza puntuale, senza particolari intoppi, atterriamo ad Amburgo attorno alle 13,30; da quando siamo usciti da casa, le ore di viaggio sono già 5,30!

In Germania, ad attenderci, una hostess della Costa Crociere che ci guida sino ad un piazzale esterno dove sono parcheggiati i pullman che ci porteranno al porto; scivola via un’altra mezzora e nel frattempo si sgranocchierebbe qualche cosa, ma bisogna ripartire e il tragitto non è breve, l’autista ci informa che occorrerà almeno un’ora e il traffico non promette nulla di buono.

La città di Amburgo, fondata nell’808 da Carlo Magno là dove i fiumi Astere Bille confluiscono nell’Elba, è uno degli scali marittimi più importanti d’Europa e si capisce dall’interminabile susseguirsi di attracchi, di gru, di cargo che intravediamo risalire dai numerosi canali che s’incuneano in città.

il centro di Amburgo, nella sua solennità, lo intravediamo da lontano, si può chiaramente distinguere l’imponente Elbphilharmonie, sala da concerto più grande ed acusticamente avanzata a livello mondiale, il Municipio, la chiesa di San Michele, i campanili, i moderni palazzi; peccato non sia prevista una sosta.

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…il centro di Amburgo… lo intravediamo da lontano…

Dà l’idea di città laboriosissima e il cielo grigio, basso, la rende cantieristica, operaia.

Procediamo lungo vialoni periferici, attraversiamo ponti, scivoliamo lungo parchi immensi che assomigliano più a boschi, quanti spazi verdi ha questa città.

D’improvviso ci appare la sagoma della nave, un miraggio, tiriamo tutti un sospiro di sollievo, siamo stanchi, affamati, sono passate le 15, si avvicinano delle hostess che ci

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conducono in un hangar anonimo, affollato da una umanità che arriva da tutto il mondo.

Dopo i controlli in aeroporto eccoci ora di nuovo incolonnati per ripassare da metal detector e la sensazione è sgradevole, ancora tutti incolonnati, siamo in molti e più che ospiti si ha la sensazione di essere clandestini in attesa di conquistare l’agognata meta.

Finalmente si sale sul ponte e qui il clima sembra mutare; prima dell’accesso entra in scena la vacanza, il business: ogni passeggero è piazzato davanti ad un finto timone, alle spalle una gigantografia del mare e così, nelle foto che saranno poi in vendita, ognuno di noi sembrerà esperto crocerista.

Subito dopo, però, siamo sottoposti ad uno scatto “poliziesco”: è l’identificazione visiva e da questo momento siamo tutti schedati.

Sono le 16, (sono passate 8 ore da quando sono uscito di casa) mi sfugge uno sbotto:

“Ma è più facile andare all’inferno che salire sulla vostra nave!”.

Impassibile l’hostess tedesca.

Capirò più tardi, nelle varie escursioni, l’utilità di questa foto che consentirà alla security di bordo di individuare anche con riscontro facciale, in entrata e in uscita, ogni passeggero, evitando così rischi di sgraditi infiltrati.

Si paga il prezzo di questi nostri tempi.

Spaventati? No, l’abbiamo detto: “viaggiare è un poco soffrire” e questi disagi presto si scordano.

Nel nostro caso paghiamo, in tutto, dazio per 16 ore su complessive 288 della crociera, lo 0,06% circa e  il rientro poi sarà più sereno.

Ora siamo sulla nave e nonostante l’ora troviamo un ricchissimo buffet che ci ristora.

Le dimensioni della nave impressionano, vien da paragonarla a un condominio, no di più è un’intera via che galleggia, ancor di più, è una città che si muove con i suoi ristoranti, negozi, biblioteca, laboratori di manualità, sale da ballo, campo sportivo, schermi giganti per seguire il mondiale di calcio, piscine, saune, vasche idromassaggio, casinò, teatro dove si esibiscono maghi, prestigiatori, acrobati, comici, ballerine, ci sono i bar, le discoteche, la gelateria c’è persino una dorata, raccolta, cappella che soffre però di melanconica solitudine.

 

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…dorata cappella che però soffre di melanconica solitudine…

Bisogna ora raggiungere la cabina che è confortevole come una buonissima camera d’albergo; per raggiungerla ci si deve orientare proprio come in città: via, ponte, numero civico, pari, dispari, poppa, prua e svanisce subito anche il timore del rullio, la nave è assolutamente stabile anche in mare aperto, anche con mare mosso.

All’esterno la “cassetta della posta” dove troviamo il “Diario di Bordo”: è la voce quotidiana del comandante Antonio Modaffari, napoletano, che coniuga autorità e simpatia tipicamente italiane.

 

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…la cabina è confortevole…

Il notiziario si attende con ansia ogni sera, prezioso perché ci ragguaglia sulla rotta e su tutte le attività dell’indomani.

 

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…sul ponte 4 è prevista l’esercitazione di emergenza…

Subito una prima, importante comunicazione: sul ponte 4 è prevista l’esercitazione di emergenza, dobbiamo presentarci dopo aver indossato i salvagenti presenti negli armadi della cabina.

Esausti, molti eludono l’invito, ma la schedatura li identifica e comunica loro che dovranno presentarsi al turno successivo.

Quando infine la costa Pacifica, salutata e riverita dalle due sponde come una bella signora, lascia l’Elba ed entra in mare aperto, smarrisce la sua pesante stazza e mostra tutta la sua dolcezza, riprende il suo naturale equilibrio, la sua castità e somiglia ad una principessa che accarezza le onde.

Il fiume Elba è finalmente alle spalle, siamo in mare aperto con un cielo luminoso e a poppa, visibile, la luna si rispecchia sulle onde.

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…salutata e riverita dalle due sponde…

 

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…in mare aperto…riprende il suo naturale equilibrio…

La fatica della giornata si stempera, ora c’è da affrontare il panico… del tempo libero!

A cena capiamo che il cibo sarà grande protagonista del nostro viaggio, in effetti, sulla nave si gozzoviglia a tutte le ore ed è imbarazzante vedere taluni turisti arrivare ai tavoli con piatti di 12 piani quanti quelli della nave e impressiona ancor più vederli inforcare in un sol boccone uova, pancetta, formaggi, carni, verdure, salumi, pesce.

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…il cibo sarà grande protagonista del viaggio…

Mia moglie ed io restiamo fedeli alla dieta mediterranea; scenderemo così dalla nave in perfetto peso forma.

Qualche dato sintetico: la nave Costa Pacificaè lunga 290 metri, larga 36 metri, ha 1.500 cabine e a bordo ci sono 1110 persone d’equipaggio di 40 nazionalità diverse e 3780 passeggeri da tutto il mondo.

Siamo in buona compagnia, possiamo partire, affrontare il mare del Nord e la prima meta, informa il “Diario di Bordo”, è il porto di Alesund.

Il racconto del viaggio continua.

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LA QUESTUA DEL FIENO NELLE CAMPAGNE LOMBARDE

 

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…anche le donne e noi bambini partecipavamo all’impresa…

La primavera è stata favorevole e, ad aprile, ha garantito quotidiane pioggerelle proprio come vuole il proverbio: “April aprilet, tòeti i dè ‘n gusset, (tutti i giorni di aprile un goccio di pioggia) cosicché l’erba, rigogliosa e folta, ondeggia alle brezze serali.

Ora è maggio, il tempo si è stabilizzato e il susseguirsi di giornate calde e assolate suggerisce che è tempo per il taglio del maggengo.

Avveniva a quei tempi a mano, utilizzando la falce, continuamente aguzzata dal contadino che faceva scivolare, sulla tagliente e ricurva lama, “la cùt, la cote,prima bagnata nel corno di mucca che teneva appeso alla cintola.

Ricordare oggi che anche “’l prat vèc”,il prato vecchio, uno dei più grandi del paese, fosse falciato a forza di braccia, lascia meravigliati e increduli.

Anche le donne e noi bambini partecipavamo all’impresa, prima girando con dei lunghi bastoni l’erba per farla ben seccare e poi, una volta che gli uomini avevano caricato il carro, rastrellando il poco fieno che era sfuggito alla forca del papà.

I contadini conoscevano bene le bizze del tempo e, quando il rosso di sera lasciava ben sperare, non perdevano tempo e, in pochi giorni, tutti i prati attorno al paese erano falciati.

Quelle sere, l’inconfondibile profumo del fieno raggiungeva le piazze, saliva fin sul sagrato della chiesa ad addolcire, assieme al profumo delle rose, le serate e i cuori dei giovani che, usciti da chiesa dopo la novena della Madonna, si attardavano per le vie del paese.

Da bambino, poiché la mia casa era situata all’inizio della salita che dai campi porta in paese, vedevo il rientro di questi carri, ed era emozionante osservare lo sforzo dei cavalli impegnati a tirar su l’ultimo carico che il contadino aveva colmato oltre misura.

Erano vere imprese e a volte succedeva che la povera bestia proprio non ce la facesse, nonostante il contadino, per evitare brutte figure, la spronasse con urla e pacche sul garrese.

A quel punto tutta la famiglia, accodata al carro, si metteva a spingere e non di rado succedeva che anche chi osservava dalla piazza lo sforzo, scendesse a dare una mano.

Il maggengo però non è ancora in cascina, deve attraversare il portone d’ingresso; è l’ultima fatica per il povero cavallo che, sbavando e schiumando, alla fine ce la fa, lasciando però scivolare in strada il fieno caricato in sovrabbondanza.

Non mancavano a quel punto i battibecchi, volava qualche imprecazione: “…Crapù…testone te l’avevo detto che non passava…”, ma alla fine, “messo il fieno in cascina”,ci si ristora sotto il portico con pane, salame e un bicchiere di “Clinto”,aspro vino del proprio vitigno.

Il fienile stracolmo dà ora tranquillità al contadino e alle bestie; il foraggio per tutto l’inverno è assicurato.

La cultura contadina di quegli anni era permeata da forte senso religioso e consapevole del salmo: ”…Né chi pianta, né chi irriga, è qualche cosa ma Dio che fa crescere…”.

I contadini riconoscevano che senza l’aiuto del Padre Eterno nulla era sicuro, percepivano concreta la divina provvidenza e ancor di più l’obbligo caritatevole e così, finito il raccolto, in una delle prime domeniche di giugno, organizzavano la “Questua del fieno”,che avveniva sulla piazza proprio davanti alla chiesa.

Tradizione questa che ricorda la “decima”,pratica biblica attuata sin dai tempi antichissimi, a sostegno delle spese del clero e della parrocchia e conseguentemente dei più bisognosi.

Ognuno donava secondo le proprie disponibilità e si andava così dalla “rasciàda(una sola forcata) gettata sul carro comune dall’umile “masàgnela, il povero contadino, peraltro apprezzata quanto la monetina della vedova del brano evangelico, al carro intero che i grandi proprietari terrieri del tempo, facevano arrivare sulla piazza.

All’uscita dalla messa domenicale, i carri del fieno erano tutti lì e subito si cercava di individuare chi fosse stato più generoso, alimentando così rivalità…comunque cristiane.

L’asta vera e propria avveniva il pomeriggio, dopo i vespri; la memoria rimanda ad AgostinodaTullio,che fu battitore istituzionale per lungo tempo.

Arrivavano le prime offerte:

“Deca òna…deca do

Erano le urla del banditore che tentava di trascinare al rialzo le quotazioni e se non erano ritenute all’altezza, voleva dire che serviva una pausa di riflessione…all’osteria dei Marchetti.

Succedeva così che, bicchiere dopo bicchiere, gli offerenti prendevano coraggio e generosità e il:

“Deca trìsanciva che il carico di fieno era stato aggiudicato.

Spesso erano gli stessi generosi donanti che riacquistavano la propria offerta, ma a volte poteva essere il “masàgnelache, aumentato nel corso dell’anno il numero di vacche e ritenendo scarsa la sua scorta, decideva di approvvigionarsi lì.

Il ricavato era portato al “Fabbriciere/cassiere”, e l’introito finiva nelle casse parrocchiali per fronteggiare le spese annuali della chiesa, ad iniziare da quella delle candele.

Naturalmente ogni salmo finisce in gloria e anche in occasione della questua del fieno non si poteva rientrare a casa senza commentare l’andamento dell’asta che avveniva sempre all’Osteria della pesa, davanti ad una bottiglia di freisa.

Allo stesso modo della questua del fieno si ha memoria di quella della legna e, anche in questo caso, mi ritornano magici ricordi e rivedo i contadini che, nelle gelide giornate d’inverno, quando la campagna non richiedeva lavori, intabarrati, andavano a “scalvàa potare i filari di piante allineate ai bordi dei loro terreni.

Anche l’albero era risorsa preziosa e in cascina finivano radici, tronchi, ma anche fascine di ramoscelli e il tutto veniva riposto nella barchessa retrostante.

C’era poi la questuasettimanale delleuova: un incaricato parrocchiale passava con un cesto dalle famiglie che possedevano un ricco pollaio e la “regiùrala padrona di casa, ne depositava anche una “dùzenadozzina, quando le galline erano in gran forma.

Le uova finivano in sacrestia e settimanalmente passava il pollivendolo che le acquistava per rivenderle poi in città, a Crema.

Usanze, consuetudini lontane che mantengono ancora intatto il profumo della solidarietà, della condivisione, della fiducia nella provvidenza divina.

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…falciato a forza di braccia…

UN MONDO DI SOLIDARIETA’ NASCOSTO CONFRATERNITE IN DUOMO A MILANO

 

Dell’evento:“XXV Cammino di fraternità – Confraternite Diocesi d’Italia” ne ho saputo per caso.

Salutando gli amici liguri, prima del rientro, mi son sentito dire: “Domenica siamo anche noi a Milano, partecipiamo con i nostri crocefissi al raduno delle confraternite; messa alle dieci in Duomo”.

Potevo dire di no?

Eccomi quindi puntuale sul sagrato, in tempo per vedere le ultime confraternite, delle ben 220 partecipanti e provenienti da ogni regione, entrare in cattedrale con le loro colorate divise.

Noto che tutti i pellegrini hanno uno zainetto identificativo fornito dall’organizzazione al cui interno hanno trovato un santino ricordo, la spilla ufficiale del raduno, e dove possono, finita la cerimonia, riporre l’abito liturgico.

Tema del loro cammino: “I giovani, la Fede e il discernimento vocazionale nelle Confraternite d’Italia”, che sottintende ed evidenza la crisi vocazionale di questi nostri tempi e il grande bisogno, della Chiesa, di operai per la messe.

Nei tre giorni di raduno non sono mancati momenti di preghiera, ma anche convegni all’Università Cattolica di Milano dove si è dibattuto delle confraternite, sia dal punto di vista storico, che artistico e devozione, rimarcando, nell’occasione, il ruolo di San Carlo Borromeo che istituì, nel lontano quindicesimo secolo, le prime confraternite del SS. Sacramento.

Arrivano da lontano queste congregazioni e lo testimoniano in particolare due gonfaloni che riportano sui loro vessilli le date di costituzione: 1633 e 1697.

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Il loro transito sulla piazza un poco inquieta, ma sono la memoria storica di adepti che, nel ‘600, secolo di carestie e pestilenze, scelsero il compito ingrato ma caritatevole, della sepoltura dei morti che, sovente, venivano abbandonati miseramente per strada.

Il loro lugubre saio nero, il loro cappuccio a coprire viso e soprattutto la bocca, credo fosse pensato e voluto a difesa dal rischio concreto di contagio ma anche e soprattutto per garantire l’anonimato in quel tremendo tempo di untori.

Lontani quei periodi bui, il passare dei secoli ha visto il proliferare delle confraternite e tutte le chiese, in tutti i paesi anche minuscoli e sperduti, hanno scelto di volta in volta il loro santo al quale affidarsi; al mio paese la scelta cadde su San Tarcisio e noi ragazzi divenimmo tutti “Tarcisiani” orgogliosi del nostro saio bianco e della preziosa mantella azzurra.

“Ad ogni santo la sua candela” recita il proverbio, ma pur nella diversità, le congregazioni sono generalmente accomunate dai servizi che svolgono e che prevedono oltre al culto e alla preghiera, anche la manutenzione ordinaria della chiesa e di ogni parte adiacente e pertinente, la promozione di eventi culturali sempre aderenti con la propria fede, il conforto ai confratelli, ai bisognosi, ai sofferenti, e sostegno alla comunità in caso di lutto o qualsiasi altro trauma personale o sociale.

Tutte queste opere sono meritevoli e sono prevalentemente svolte in silenzio, con assoluta riservatezza, discrezione, pacatamente ed è quasi eroico che queste realtà resistano ancora in questo nostro mondo distratto, egoista, sbrigativo; va dato loro grande merito.

In Duomo ho visto un’umanità che sta evaporando perché pochi, troppo pochi i capelli corvini presenti, mentre stendardi e croci erano prevalentemente nelle mani callose di anziani che procedevano con passi incerti e altri vessilli, erano sventolati orgogliosamente da anziane signore che ancora avevano il capo coperto dal velo nero.

Ma a loro ci si può aggrappare, lo sta facendo anche Papa Francesco che cerca, favorendo questi raduni, di rinvigorire un fuoco d’amore; crede infatti che sotto la cenere di questa società caotica e confusa, vessilli e crocefissi possano di nuova far divampare la gioia dei valori persi.

Evidenti i contenuti religiosi e morali del raduno, ma spettacolare anche il folclore e la sfilata finale attorno al Duomo.

Nutritissima la pattuglia dei liguri scesi con i loro storici e preziosi crocefissi, su taluni il Cristo crocefisso era nero.

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I CONTI DELLA SERVA, LA POLITICA… E LA FELICITA’

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La Camera dei Deputati

I “conti della serva”, nel sentire comune, sono quelli che si fanno per praticità, pragmatismo, concretezza, quelli, per intenderci, che la massaia fa quando va al mercato, il papà quando deve quadrare il bilancio famigliare o il contadino che deve trovare il giusto equilibrio fra fatiche e risultati; comportamenti quindi ispirati dal buon senso, da sana economia spicciola, da prudenza, da timore dei debiti.

La politica non ne sembra capace, lei fa un altro mestiere, incomprensibile a noi comuni mortali, ma spesso indecifrabili anche ai più o meno attenti e onesti osservatori politici.

In Italia, dopo oltre tre mesi di estenuanti trattative, volta faccia, bocciature presidenziali, si è appena formato il nuovo governo “giallo verde” (qualcuno dice: “giallo/verde/nero”) e il suo insediamento, grazie anche alle improvvise dirette dei tg, ha raggiunto livelli di spettacolarità impensabili sino ad ieri, con indici d’ascolto da far invidia alle “soap opere”.

D’altronde, mai come in quest’ultima fase politica, si sono visti tanti colpi di scena: innamoramenti, tradimenti improvvisi, incompatibilità, minacce d’impeachment, odio, amore, princìpi granitici sbandierati con orgoglio e l’indomani gettati alle ortiche.

Non che in tempi lontani le dinamiche della politica fossero diverse, basti pensare ai governi Andreotti, ai politici di allora: De Mita, Fanfani, Moro, Saragat, Spadolini, Berlinguer; lì le trattative duravano ben più a lungo e le dichiarazioni erano in “politichese”, linguaggio forbito, sottile, allusivo, ben lontano da quello violento di oggi, ma che, ora come allora, definiva la spartizione del potere.

Il nuovo governo si è presentato come “governo di cambiamento” e da sempre i cambiamenti fanno paura; ai tempi, sotto elezione, erano gli attentati e le bombe a raffreddare la voglia d’innovazione degli italiani, oggi, a dissuadere ci pensa il mercato, la finanza, lo spread, la borsa, che perlomeno cruenti non sono.

Le spinte, anche in quest’ultimo turno elettorale, sono arrivate dal basso, dai disoccupati, dagli esodati, dai poveri, dal sud, indirettamente anche dai migranti, e le forze, definite “populiste” hanno vinto cavalcando proprio queste istanze.

Si è avuto modo di dire, anche sulle taluni giornaliche il termine “populismo” rivendica dignità, anche se, di questi tempi, il vocabolo è bistrattato.

Saprà il governo “populista” risolvere le criticità del paese, si occuperà davvero di casa, lavoro, povertà?

Nella pirotecnica campagna elettorale sono state fatte promesse ritenute irrealizzabili dalle opposizioni; difficile capire, certo è che il bilancio di ogni nazione ha numeri talmente inarrivabili, non so a quanti zeri, che nelle sue pieghe di sicuro si nascondono tesoretti che potrebbero andare serenamente a favore dei più deboli.

Non ne so di politica, mi disgustano i teatrini delle tribune politiche, e ancor più quei politici, e sono la maggioranza, che “parlano” alla pancia della gente, anziché, come sarebbe più corretto e auspicabile, alla loro mente, aiutandoli così nella difficile e paziente arte del discernere.

Mi aggrappo allora ai numeri per fare una considerazione globale, tanto oramai il mondo lo è, e lo faccio prendendo spunti dalla rivista “Scarp de’ tenis” mensile della strada, che spesso fa i conti della serva.

Copio: “…l’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato lo scorso anno è finito nelle casseforti dell’1% della popolazione più ricca, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0 (zero)”.

La rivista dà anche la classifica di Forbes, dei 10 uomini più ricchi del mondo:

1° – Jeff Bezos – Amazon – 112 miliardi di dollari

2° – Bill Gates – Microsoft – 90 miliardi di dollari

3° – Warren Buffet – Berkshire Hathaway – 84 miliardi di dollari

mi fermo a loro e faccio i conti della serva: 112 miliardi + 90 miliardi + 84 miliardi fanno 286 miliardi di dollari.

Proviamo a togliere a questi tre signori, con garbo, con rispetto per le loro grandi capacità e meriti, il 10% e solo da questo prestigioso podio scenderebbe una pioggia benefica per chi sta peggio di 28,6 miliardi di dollari, che io francamente non so bene quanti siano.

Per Jeff, Bill, Warren briciole, di cui nemmeno se ne accorgerebbero e che andrebbero invece a beneficio di una politica capace di ricompensare, oltre che la ricchezza, anche il lavoro.

Ne deriverebbe una minima riduzione della forbice fra ricchi e poveri, avvicinando e gratificando le disuguaglianze che porterebbero di sicuro a un mondo migliore e, perché no, più felice.

Perché la politica non lo fa?

Forse c’è da rispondere, per capire, a questa domanda:

E’ la politica o è l’economia che comanda il mondo?

Di questi tempi, in Italia, sembra che la politica voglia dire la sua, staremo a vedere.

LA QUESTUA DEL FIENO NELLA CAMPAGNA LOMBARDA

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…finito il carico di fieno

La primavera è stata favorevole e, ad aprile, ha garantito quotidiane pioggerelle proprio come vuole il proverbio: “April aprilet, tòeti i dè ‘n gusset, (tutti i giorni di aprile un goccio di pioggia) cosicché l’erba, rigogliosa e folta, ondeggia alle brezze serali.

Ora è maggio, il tempo si è stabilizzato e il susseguirsi di giornate calde e assolate suggerisce che è tempo per il taglio del maggengo.

Avveniva a quei tempi a mano, utilizzando la falce, continuamente aguzzata dal contadino che faceva scivolare, sulla tagliente e ricurva lama, “la cùt, la cote,prima bagnata nel corno di mucca che teneva appeso alla cintola.

 

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..la cùt

Ricordare oggi che anche “’l prat vèc”, il prato vecchio, uno dei più grandi del paese, fosse falciato a forza di braccia, lascia meravigliati e increduli.

Anche le donne e noi bambini partecipavamo all’impresa, prima girando con dei lunghi bastoni l’erba per farla ben seccare e poi, una volta che gli uomini avevano caricato il carro, rastrellando il poco fieno che era sfuggito alla forca del papà.

I contadini conoscevano bene le bizze del tempo e, quando il rosso di sera lasciava ben sperare, non perdevano tempo e, in pochi giorni, tutti i prati attorno al paese erano falciati.

Quelle sere, l’inconfondibile profumo del fieno raggiungeva le piazze, saliva fin sul sagrato della chiesa ad addolcire, assieme al profumo delle rose, le serate e i cuori dei giovani che, usciti da chiesa dopo la novena della Madonna, si attardavano per le vie del paese.

Da bambino, poiché la mia casa era situata all’inizio della salita che dai campi porta in paese, vedevo il rientro di questi carri, ed era emozionante osservare lo sforzo dei cavalli impegnati a tirar su l’ultimo carico che il contadino aveva colmato oltre misura.

Erano vere imprese e a volte succedeva che la povera bestia proprio non ce la facesse, nonostante il contadino, per evitare brutte figure, la spronasse con urla e pacche sul garrese.

 

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…l’ultimo carico che il contadino aveva colmato oltre misura

 

A quel punto tutta la famiglia, accodata al carro, si metteva a spingere e non di rado succedeva che anche chi osservava lo sforzo dalla piazza, scendesse a dare una mano.

Il maggengo però non è ancora in cascina, deve attraversare il portone d’ingresso; è l’ultima fatica per il povero cavallo che, sbavando e schiumando, alla fine ce la fa, lasciando però scivolare in strada il fieno caricato in sovrabbondanza.

Non mancavano a quel punto i battibecchi, volava qualche imprecazione: “…Crapù…testone te l’avevo detto che non passava…”, ma alla fine, “messo il fieno in cascina”, ci si ristora sotto il portico con pane, salame e un bicchiere di “Clinto”,aspro vino del proprio vitigno.

Il fienile stracolmo dà ora tranquillità al contadino e alle bestie; il foraggio per tutto l’inverno è assicurato.

La cultura contadina di quegli anni era permeata da forte senso religioso e consapevole del salmo: ”…Né chi pianta, né chi irriga, è qualche cosa ma Dio che fa crescere…”.

I contadini riconoscevano che senza l’aiuto del Padre Eterno nulla era sicuro, percepivano concreta la divina provvidenza e ancor di più l’obbligo caritatevole e così, finito il raccolto, in una delle prime domeniche di giugno, organizzavano la “Questua del fieno”,che avveniva sulla piazza proprio davanti alla chiesa.

Tradizione questa che ricorda la “decima”,pratica biblica attuata sin dai tempi antichissimi, a sostegno delle spese del clero e della parrocchia e conseguentemente dei più bisognosi.

Ognuno donava secondo le proprie disponibilità e si andava così dalla “rasciàda” (una sola forcata) gettata sul carro comune dall’umile “masàgnela, il povero contadino, peraltro apprezzata quanto la monetina della vedova del brano evangelico, al carro intero che i grandi proprietari terrieri del tempo, i Bonetti, Casazza, De Simoni, Freri, Scandelli e altri che non ricordo, facevano arrivare sulla piazza.

All’uscita dalla messa domenicale, i carri del fieno erano tutti lì e subito si cercava di individuare chi fosse stato più generoso, alimentando così rivalità…comunque cristiane.

L’asta vera e propria avveniva il pomeriggio, dopo i vespri; la memoria rimanda ad Agostino da Tullio,che fu battitore istituzionale per lungo tempo.

Arrivavano le prime offerte:

“Deca òna…deca do

Erano le urla del banditore che tentava di trascinare al rialzo le quotazioni e se non erano ritenute all’altezza, voleva dire che serviva una pausa di riflessione…all’osteria dei Marchetti.

Succedeva così che, bicchiere dopo bicchiere, gli offerenti prendevano coraggio e generosità e il “Deca trìsanciva che il carico di fieno era stato aggiudicato.

Spesso erano gli stessi generosi donanti che riacquistavano la propria offerta, ma a volte poteva essere il “masàgnelache, aumentato nel corso dell’anno il numero di vacche e ritenendo scarsa la sua scorta, decideva di approvvigionarsi lì.

Il ricavato era portato al “Fabbriciere/cassiere”, ruolo tenuto a lungo da Bonetti Agostino e l’introito finiva nelle casse parrocchiali per fronteggiare le spese annuali della chiesa, ad iniziare da quella delle candele.

Naturalmente ogni salmo finisce in gloria e anche in occasione della questua del fieno non si poteva rientrare a casa senza commentare l’andamento dell’asta che avveniva sempre all’Osteria della pesa, davanti ad una bottiglia di freisa.

Allo stesso modo della questua del fieno si ha memoria di quella della legna e, anche in questo caso, mi ritornano magici ricordi e rivedo i contadini che, nelle gelide giornate d’inverno, quando la campagna non richiedeva lavori, intabarrati, andavano a “scalvàa potare i filari di piante allineate ai bordi dei loro terreni.

Anche l’albero era risorsa preziosa e in cascina finivano radici, tronchi, ma anche fascine di ramoscelli e il tutto veniva riposto nella barchessa retrostante.

C’era poi la questuasettimanale delle uova: un incaricato parrocchiale passava con un cesto dalle famiglie che possedevano un ricco pollaio e la “regiùra” la padrona di casa, ne depositava anche una “dùzena” dozzina, quando le galline erano in gran forma.

Le uova finivano in sacrestia e settimanalmente passava il pollivendolo che le acquistava per rivenderle poi in città, a Crema.

 

Usanze, consuetudini lontane che mantengono ancora intatto il profumo della solidarietà, della condivisione, della fiducia nella provvidenza divina.

 

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“Nè chi pianta né chi irriga, è qualcosa ma Dio che fa crescere”

 

 

IL MONDO NEL PALLONE… MA NON CI SARA’ ITALIA – SVIZZERA

mondiale

“RUSSIA 2018”

Maggio è il mese dedicato alla Madonna, il mese delle rose, ma anche di tanto calcio, infatti, si assegnano Scudetti, Coppe Nazionali, Coppa Campioni, Coppa Uefa e quest’anno poi, dopo questa ubriacatura, a riempirci l’estate, arriverà il mondiale “RUSSIA 2018”.

Il calcio che passione!

La mia ultima volta allo stadio fu negli anni novanta, a San Siro c’era la partitissima Milan – Juventus che valeva lo scudetto, ma pagai solo il biglietto, la partita non la vidi.

Quella domenica c’era tensione già prima dell’inizio della gara, San Siro era strapieno, forse avevano fatto entrare più spettatori di quanto lo stadio potesse contenere, sta di fatto che nei primi minuti di gioco scoppiarono tafferugli sia in campo che sugli spalti e mi ritrovai schiacciato contro il cancello che divideva il settore.

Per mia fortuna, mingherlino com’ero, riuscii a sgattaiolare via, me ne andai indispettito e malinconico intuendo che gioco e tifo, da quella domenica, erano irrimediabilmente cambiati in peggio.

Prima le partite di cartello, in particolar modo i derby cittadini, erano feste paesane, una sagra; si tifava anche allora ma a prevalere era la goliardia, erano gli sfottò alla squadra avversaria, se si vinceva.

Capitava così di vedere a fine partita, attorno allo stadio, “funerali” improvvisati con tanto di bara portata a spalle dai tifosi che celebravano scherzosamente la repentina dipartita dell’avversario e la sera, in città, venivano affissi manifesti che annunciavano il lutto: “Domenica tal dei tali èdeceduto…”di volta in volta Inter o Milan, e questi avvisi alimentavano, il lunedì di lavoro, la sana rivalità dei tifosi.

Dopo un goal capitava anche di vedere un tifoso che, per mantenere fede a una scommessa fatta con gli amici, faceva il giro dello stadio… in mutande e il suo transito era accompagnato da risa ilari e festose; altri, ancora, sconfitti, si tagliavano i baffi davanti a tutti.

Altri tempi, altro calcio e si sorride ora vedendo i filmati dell’epoca quando i calciatori, contrariamente all’esasperato agonismo di oggi, …passeggiavano sul campo; di più, ce n’era uno che … riposava e inseguiva l’ombra che arrivava sul prato.

In barba alle direttive tattiche dell’allenatore aveva deciso che la sua corretta posizione in campo era… dove c’era più fresco.

Mariocorso

Il suo nome era Mariolino Corso che però, in occasione di una punizione dal limite, sfoderava il suo talento e il suo magistrale tiro “a foglia morta” che il più delle volte s’insaccava alle spalle del portiere avversario.

A centrocampo si sfidavano numeri 10 che si chiamavano Gianni Rivera e Sandrino Mazzola,Rivera Mazzola

mentre in panchina sedevano “El paron”  Nereo Roccoe Helenio Herrera, quello del “Taca la bala”.

Rocco Herrera

Vere bandiere, sportivi attaccati per la vita alla maglia e Presidenti che non esoneravano gli allenatori dopo due sconfitte.

Tornerò a San Siro questo mese con il nipotino per la partita d’addio di un grande del calcio italiano: Andrea Pirlo e spero di riassaporare, dopo tanti anni, la gioia e l’aria serena che solo il gioco più bello del mondo sa dare.

Riccardo fa il portiere e spesso vado a vedere le sue prodezze, sorpreso e sconsolato nel vedere come, già a questi livelli, (parliamo di bimbi di dieci, undici anni) su modesti campi di periferia, ci s’imbatta, nelle peggiori imitazioni dei comportamenti che avvelenano questo bellissimo sport.

Possibile?

Eppure è così e molta della colpa è dei genitori che, anziché interpretare lo sport del figlio come momento di gioco, di confronto, di rispetto per l’avversario, d’impegno, lo esasperano pretendendo, anche a questi livelli, la competizione aspra.

Taluni arrivano persino a vociare contro il figlio che ha sbagliato il passaggio, perché quello che solo conta è vincere, prevaricare, essere duri.

Mondo inquinato quello del calcio che ruota impazzito in vortici pieni di troppi quattrini, attorniato da saccenti cronisti e critici che esaltano e sprofondano lo stesso giocatore, la stessa squadra, nel giro di un risultato.

Fanno bene, a volte, gli allenatori intervistati ad arrabbiarsi.

Temo sia difficile possa arrivare, nel prossimo futuro, dentro questa realtà, aria fresca, sana, che ridia serenità all’ambiente, e di certo non aiuteranno i tanti quattrini che stanno arrivando dalla Cina.

Arriverà invece, fra non molto, il vento dell’est, dalla Russia.

Il mondiale “RUSSIA 2018”inizierà il 14 giugno e la partita inaugurale sarà Russia – ArabiaSaudita,il 17 giugno si giocherà Brasile – Svizzera.

In questa, che sarà la 21a edizione, non ci sarà il tanto atteso derby: Italia – Svizzera, sempre  partecipato con pathos da entrambe le tifoserie.

Non chiedetemi il perché di questa defezione, vi prego.

Rispondere mi farebbe di nuovo, dolorosamente, sanguinare il cuore.

Forza Svizzera!

 

ROMA CRISTIANA

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Vaticano 

Roma, una volta, era lontana e per raggiugerla dovevi prendere l’aereo e sobbarcarti le attese e i lunghi trasferimenti dagli aeroporti, con tempi spesso dilatati da frequenti e improvvisi scioperi selvaggi.

Oggi l’alta velocità ti porta da Milano al centro di Roma in un soffio, meno di tre ore, con una puntualità quasi svizzera, e riposato.

Più facile quindi decidere per una breve vacanza romana, pochi giorni ma mirati perché si sa che Roma “Caput Mundi richiederebbe prolungata permanenza; obbligatorio quindi scegliere e questa volta l’itinerario prevede la visita ai luoghi della cristianità.

Colosseo, Altare della Patria, Fori Imperiali, Pantheon, Circo Massimo, Il Quirinale, Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Piazza del Popolo, Castel Sant’Angelo, già mete precedenti, ci si accontenta di rivederle in transito.

 

                                     Colosseo, Fontana di Trevi, Castel Sant’Angelo

Da sempre poi la regola d’oro del pellegrino è che non si può andare a Roma e non vedere il Papa; il primo appuntamento in agenda quindi è per il mercoledì mattina, per l’udienza generale.

Ci si deve prenotare per tempo, c’è da fare una richiesta in Vaticano, pensate, … via fax, dando le proprie generalità e rimanere, dubbiosi, in trepida attesa, che non viene però tradita e, a distanza di una decina di giorni ecco arrivare posta: la spedisce la Prefettura Della Casa Pontificia, la firma il Prefetto Georg Ganswein, che ci invita a ritirare i nostri pass, il giorno prima dell’udienza, al Portone di Bronzo del Palazzo Apostolico, colonnato di destra di Piazza San Pietro.

Lì, ad attenderci, ecco due impettite Guardie Svizzere che ci fermano all’ingresso, una resta statutariamente di guardia, l’altra s’intrufola nel palazzo e ritorna poco dopo con i nostri due lascia passare; tutto è filato davvero liscio.

                                                             Guardie svizzere

Siamo a mercoledì mattina, attraversiamo il Tevere limaccioso per le abbondanti piogge, intravediamo il colonnato del Bernini e nonostante sia molto presto notiamo un fermento incredibile; ad attenderci una lunga coda, ma per fortuna i molti punti d’accesso previsti per i controlli, che sono severi, rendono ragionevoli i tempi d’ingresso al sagrato.

La piazza, minuto dopo minuto, si riempie a vista d’occhio, sono arrivi festosi, tanti giovani, e subito ci accorgiamo che lì è rappresentato il cattolicesimo del mondo: accanto a noi, infatti, si accomodano pellegrini vietnamiti, poi americani, africani, asiatici, “latinos”, forse i più eccitati e festosi; naturalmente rappresentata tutta l’unione europea e in un angolo della piazza, sulla sinistra, svetta persino una bandiera rossa della Cina comunista.

Passa il tempo, cresce l’attesa e si coglie, dalla folla che sembra improvvisamente impazzita, che la “Papa Mobile è arrivata: è un roteare di teste in tutte le direzioni, io piccoletto penso di salire sulla seggiola, ma lo fanno prima i robusti tedeschi e così il volto sorridente di Francesco riesco a vederlo in brevi intervalli visivi; il Papa si concede, ripete più volte, per la gioia impazzita dei fedeli, il giro intorno alle transenne e quello più felice sembra essere proprio lui.

                                                                            Folla, Il Papa

 La cerimonia religiosa inizia con lettura di un breve brano del vangelo, prima in italiano e poi in tutte le lingue; allo stesso modo seguono commenti e ringraziamenti.

Il Pontefice concentra la riflessione sulla preghiera universale del “Padre Nostro” esortando i fedeli, specificatamente, sull’importanza del perdono perché dice: “…perdonare è una grazia…”.

Chiama poi nominativamente i gruppi presenti all’udienza e mi sorprende costatare quanti college americani siano presenti; in successione chiama le delegazioni del mondo che rispondono calorosamente con urla e applausi, sono fragori che scuotono la piazza in ogni angolo.

Ora tutti raccolti per la benedizione, si china il capo, ci s’inginocchia, e ai piedi di Francesco è raccolta una chiesa universale fraterna, senza contrasti.

 

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La Piazza

 

Un applauso generale saluta Francesco alla fine dell’udienza e, mentre si allontana, ognuno avverte l’importanza della sua presenza in questo mondo secolarizzato, che tanto ha bisogno di calore, affetto, fiducia.

Si rompono le righe, sulla piazza si ricompongono i gruppi, c’è aria di festa paesana, di scampagnata, c’è l’allegria trasmessa dal Papa.

Molti fuoriescono dalla piazza, altri, come noi, decidono la visita alla Basilica e varcare le soglie della chiesa di Pietro da forte emozione, sorprende sempre la sua maestosità.

Punto deciso alla cappella di destra; da quanto sognava di rivederla la “Pietà di Michelangelo!

La prima volta che la vidi, tanti anni fa, prima del gesto inconsulto di quel turista che la sfregiò con un martello, non era protetta come lo è ora, era vicina, la potevi quasi toccare.

Ora è lontana, in una bacheca anti proiettile, le sono davanti, cerco la luce giusta ed ecco riemergere le stesse emozioni.

Cristo non è morto, dorme come un bimbo, la testa reclinata, abbandonato fra le braccia di sua madre bambina, che l’osserva con l’infantile mestizia di chi, ancora, non è capace di pensieri di morte.

Tornerei a rivederla ogni giorno.

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Pietà di Michelangelo

Proseguo lungo le cappelle laterali, colpito dagli artistici e imponenti sarcofaghi di Papi, vissuti in tempi lontani più o meno in santità, che contrastano con la dimora particolarmente modesta degli ultimi pontefici, davvero essenziale quella di Papa Wojtyla.

Visivamente sono i faticosi sforzi della Chiesa di ritrovare il Vangelo.

 

                                                                 Tombe papali

Descrivere i tesori di San Pietro riempirebbe un libro, mi affido allora alle emozioni.

Poco distante dalla Pietà si trova la Cappella del Santissimo Sacramento che mostra l’altare in bronzo e lapislazzuli, opera di Gian Lorenzo Bernini: qui si va solo per pregare!

E’ esposto il Santissimo Sacramento e di fronte al prezioso ostensorio dimorano due inginocchiatoi, dove sostano in adorazione perpetua, ventiquattro ore su ventiquattro, a turno, suore contemplative, in abito talare azzurro.

Nei banchi retrostanti si alternano pellegrini o delegazioni di fedeli provenienti da tutto il mondo.

Pregare: mia moglie ed io ci inginocchiamo, ma poco dopo io finisco col distrarmi, guardo la parete laterale, mi avvicino e vengo subito ripreso dal giovane custode della Cappella che mi ricorda che li si sosta solo per rivolgersi a Dio.

Un po’ mi vergogno e rifletto su quanta fatica facciamo oggi a dialogare con il Padre.

Ai tesori della Cattedrale vanno ad aggiungersi quelli del “Museo del Tesoro di San Pietro”, che visitiamo, abbagliati dal “Monumento funebre di Sisto IV”, catafalco in bronzo opera del Pollaiolo.

Patrimonio inestimabile.

Si fatica a terminare la visita, si china la testa davanti al maestoso altare centrale, ma l’inconscio porta, in uscita, ancora a transitare davanti al capolavoro di Michelangelo; usciamo infine dal colonnato e ci dirigiamo verso i Musei Vaticani.

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Altare in San Pietro

Per me è la prima volta, mia moglie li aveva già visti.

Giotto, Leonardo da Vinci, Raffaello, Il Perugino, Caravaggio, oltre mille sculture greco – romane, e i “Best of Museum sono segnalati da un bollino rosso che identifica non dieci, ma centinaia di opere straordinarie; il “Gruppo del Laocoonte , qui sotto, porta il n. 350!

 

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Gruppo Laocoonte

La pittura religiosa affresca pareti e soffitti di abbaglianti sale, dove di volta in volta sono ritratti Santi, Martiri, Annunciazione, Crocefissione, Cristo, Apostoli, Natività a ricordare e testimoniare millenni di fede e storia cristiana.

Il percorso annuncia le “Stanze di Raffaelloquattro sale del museo affrescate dal pittore urbinate e dai suoi allievi che trasmettono, anche al visitatore più distratto o impreparato, l’incanto di un ulteriore balzo in avanti nell’arte pittorica, lo sguardo catturato là in alto dall’angelo che libera dalla prigionia San Pietro.

 

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Stanze di Raffaello

Pensate, non abbiamo ancora visto la Cappella Sistina!

Collocata alla fine del percorso è, come l’altare del Santissimo Sacramento, luogo di culto che i custodi faticano a far rispettare, pur richiamando con toni di voce autoritario, a brevissima distanza, e in tutte le lingue i visitatori.

Troppo è lo stupore.

Cappella suggerirebbe luogo raccolto di meditazione, in realtà la sala è imponente e la meraviglia ti da la forza di prolungare la sosta e la visione, nonostante gli inviti che spingono, vista la folla dei visitatori, a transiti veloci.

Si resta almeno sino a quando si coglie al centro del soffitto “La Creazione”.

 

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La Creazione

Ci spingono fuori ma la visita non è finita, restano la “Pinacoteca e nei cortili esterni “Il museo delle Carrozze.”

Pausa nel grande verde cortile da dove s’intravede il cupolone, poi visita alle “carrozze” che danno l’idea del cammino nel tempo ella Chiesa: dalla sedia gestatoria, alla carrozza dorata, alla Papa Mobile dell’attentato a Wojtyla.

Il museo è più vasto della stessa città, in futuro bisognerà tornare con progetti più mirati.

 

                                                         Carrozza e Papa mobile

La visita alla Roma Cristiana non può non prevedere la visita alle “Catacombe di San Callisto e San Sebastiano”; anche qui è arrivato il mondo e gli ingressi sono organizzati in base alla lingua: ora i francesi, poi gli inglesi, spagnoli, etc.

Ci accodano ad una scolaresca e con una guida bravissima iniziamo il percorso; l’area delle catacombe, ci dice, si estende per oltre 20 kilometri e noi ne percorriamo solo qualche centinaio di metri che bastano però per farci scendere negli inferi, dove troviamo sepolcri scavati di volta in volta nel tufo, di dimensioni diverse perché rispettano la fisicità del defunto.

E’ un gigantesco cimitero sotterraneo che però non si discosta dai nostri attuali, infatti, ecco dopo una lunga fila e più piani di loculi, apparire la cappella di una nobile famiglia, ne vedremo altre intervallate anche, a sorpresa, da cappelline dove è possibile ancora celebrare messa perché sono a tutti gli effetti luoghi consacrati.

Basta avere al seguito, suggerisce la guida, un prete e poi tutto il necessario è lì pronto: paramenti, calici, croce, candelabro.

Le catacombe, contrariamente al pensiero comune, sono stati luoghi di libero culto e solo in momenti di feroci persecuzioni hanno visto l’intervento dell’esercito romano che ha punito anche con la morte Vescovi sorpresi a celebrare i sacramenti.

Suggestivi i luoghi attorno, l’Appia Antica, il circo di Massenzio e i ruderi ovunque, aiutano ad immedesimarsi in quel cristianesimo primitivo.

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Catacomba San Callisto

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Appia Antica

Cristianità e religiosità, a sorpresa, anche in Trastevere, al Santuario di San Francesco a Ripa, chiesa modesta rispetto ai tanti templi che abbiamo visto svettare lungo Tevere.

Sorge, dove ai tempi esisteva l’antica chiesa di “S. Biagio de Curte” adiacente alla quale c’era sia un ospedale che un ospizio e proprio in quest’ultimo San Francesco venne ospitato in occasione della sua visita a Roma nel 1219.

La chiesa custodisce ancora oggi la cella del Santo e, insieme ad alcune reliquie, anche il sasso dove la notte, il fraticello, posava il capo.

Siamo fuori orario, ma riusciamo a visitarla grazie alla disponibilità del sacrestano che dopo aver aperto due cancelli in ferro battuto ci fa salire una ripida scala che dà all’ingresso.

L’apertura della porta ci lascia senza fiato, una nicchia di legno intarsiata con ante dipinte che nascondono all’interno numerosissime reliquie che, ai tempi, con effetti scenici sorprendenti, i frati mostravano ai fedeli là sotto in chiesa, provocando sgomento, adorazioni ed estasi.

Eccola poi la pietra in una nicchia protetta da una robusta grata, riusciamo ad accarezzarla e l’emozione che proviamo ci travolge, la vedremo riflessa nella foto che abbiamo scattato e che ci trova assolutamente presi da qualche cosa d’impalpabile.

                                                     Accesso alla Cappella, Altare

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Pietra di San Francesco

Veramente emozionante la visita al Santuario di San Francesco a Ripa, che ci ha commosso come lo sanno fare sempre le situazioni sconosciute e inaspettate.

Ringraziamo il sagrestano che all’uscita ci regala l’immagine sacra.

Sul retro “L’absorbeatdell’umile fraticello:

 

Rapisca, ti prego o Signore,

l’ardente e dolce forza del tuo amore

la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo,

perché io muoia per amore dell’amore tuo,

come tu ti sei degnato morire per amore dell’amor mio.

 

 

Buona Pasqua a tutti