CROCIERA SUL BALTICO: Stoccolma, Helsinki, San Pietroburgo, Tallinn

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Palazzo di CaterinaSAN PIETROBURGO

(secondo giorno)

 

La fatica del primo intensissimo giorno a San Pietroburgo si legge ancora sul viso di tutto il gruppo, di nuovo pronto per affrontare un’altra intensissima giornata che ci porterà prima al Palazzo di Caterina e, nel pomeriggio, a navigare il Neva per ammirare la città dal fiume.

E’ l’alba, ancora si sbadiglia e consola sapere che per raggiungere la nostra meta, che si trova nella vicina città di Puškin,ci sono da percorrere circa 25 km che, aggiunti a quelli per attraversare la città, regaleranno un’ora aggiuntiva di letargo.

Si sonnecchia però con un occhio aperto per curiosare, appena lasciato il porto, l’area del Lakhta Center e vediamo che attorno al grattacielo è nata una ricchissima e vivacissima zona abitativa/commerciale destinata a proiettare la città nel futuro del terzo millennio, così com’è accaduto, fatte le debite proporzioni, a Milano con la piazza progettata da Gae Aulenti.

Pochi kilometri oltre, in contrasto, s’intravede il passato: file e file interminabili di capanni di legno, tutti uguali, di dimensioni modeste, fatiscenti, ai tempi adibiti, dice la guida, a piccole attività legate ai traffici del porto.

Sembra di rivedere il brulicare di operai sfiancati, mal nutriti, e il tutto assomiglia più ad un campo di concentramento che a una zona di libere attività artigianali.

Ci si allontana dal porto ed ecco la moderna viabilità della città, imbocchiamo la nuovissima tangenziale che sopporta e smista il traffico di San Pietroburgo con tecnologie modernissime che garantiscono nello stesso tempo scorrevolezza e sicurezza del traffico; è l’arteria che ci allontana dalla città e ci indirizza verso Puškin.

L’occhio mezzo aperto vede fuori dal finestrino estesa campagna, interrotta a tratti da piccoli centri abitativi che sono le residenze periferiche di funzionari e dirigenti che lavorano in città.

Sono complessi urbanistici ben tenuti, ancora noto una grande cura del verde e passione per l’arredo floreale, d’altronde la bella stagione qui è breve, quindi i residenti concentrano in questa frazione tutto il bello che la natura può dare.

Dopo poco più di un’ora, come previsto, il pullman arriva sul piazzale del Palazzo di Caterina ci facciamo coraggio, a piedi raggiungiamo l’ingresso, dove c’è un nugolo di ambulanti che vendono guide in tutte le lingue di questo mondo.

A riprova che anche questo è uno fra i siti più visitati; per nostra fortuna non c’è però la ressa di ieri all’Ermitage.

Subito ci incanta il dorato cancello d’ingresso e lo sguardo fruga curioso fra il ferro battuto per una prima visione dell’azzurra facciata del palazzo.

Procediamo lungo il maestoso viale e, con sorpresa, troviamo ad attenderci, proprio all’ingresso, una folkloristica banda in costume d’epoca che esegue brani rievocativi del vecchio regime; per la cronaca al nostro arrivo eseguiva: “Pugacioff”.

Forse sono membri dell’ex orchestra dell’Armata Russa e non disdegnano un’offerta.

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Il palazzo lo volle Caterina nel 1717 ma dopo molti anni e precisamente nel 1752 sua figlia Elisabetta lo giudicò modesto e superato, così diede incarico all’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli di ricostruire una reggia degna dei tempi e la volle in stile rococò e il nuovo edificio venne realizzato in tempi da record tanto che già nel 1756 fu presentato nella sua magnificenza alla corte e agli ambasciatori stranieri.

A loro si manifestò con la sua facciata lunga ben 325 mt. mostrando stucchi e statue decorate d’oro; si parla di oltre 100 kg. del prezioso metallo utilizzato.

Il palazzo è immerso in un giardino immenso, ospita il Padiglione dell’Ermitage che si trova vicino ad un incantevole laghetto.

Il padiglione era rifugio della regina che lo utilizzava per i suoi incontri amorosi.

Entriamo ora nel Palazzo di Caterina e rimaniamo subito colpiti dalla bellezza e dalla cura, anche floreale, dell’ingresso; più che al museo, per un attimo, abbiamo la sensazione di andare in visita proprio dalla regina.

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La peculiarità del palazzo è ben definita dal termine francese: “enfilade” che definisce un succedersi di stanze, per lo più dorate, che sembrano non terminare mai.

Anche un bambino della nostra comitiva coglie quest’aspetto quando lo sentiamo chiedere a sua madre: “Mamma come faceva la regina a pulire tutte queste stanze?”.

Il gruppo gli sorride!

Sono davvero tante e la sola sala da ballo copre circa 1000 mq2 ed era utilizzata anche per ricevimenti, pranzi e balli in maschera.

A seguire decine e decine di altre stanze tutte tenute con cura e, contrariamente ad altre regge, complete dell’arredo dei tempi, tutti sostiamo, infatti, davanti a tavole imbandite con lo sfarzo della corte e ci piacerebbe tanto anche rivivere l’atmosfera serale quando, all’incedere del buio, venivano accesi, vicini agli specchi dorati, ben 696 candelieri.

La stanza delle stanze però che tutti vogliono raggiungere è “la Camera d’ambra”, l’unica, dove è proibito fotografare.

Si rimane letteralmente a bocca aperta, anche se sappiamo che quella che stiamo ammirando è la ricostruzione dell’originale saccheggiata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Non ci sono parole, colpisce l’opulenza delle pareti e il pavimento intarsiato non è da meno.

 

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La camera d’ambra

Come per l’Ermitage, anche per il Palazzo di Caterina è impossibile un resoconto esaustivo, si può solo arricchire annotando la passeggiata, in uscita dal museo, nel verde del curatissimo parco circostante, che ci vede sognanti davanti al “padiglione/alcova” di Caterina.

Storia da “feuilleton” la sua, infatti,  Marta Elena Skowrońska, la nostra Caterina, nasce in Lettonia ed è figlia di un contadino lettone che la da in sposa a 17 anni a un dragone svedese, certo Johann Kruse.

La nostra giovane Caterina, lavorò come domestica presso il pastore Ernst Glùck ad Aluksne e quando la località cadde in mano ai russi, lei fu catturata e impiegata come lavandaia a servizio della guarnigione russa.

La svolta della sua vita quando viene trasferita al servizio del principe Aleksandr Mensikov  grande amico di Pietro il Grande; la giovane lettone diviene presto l’amante del principe, ma in occasione di una visita all’amico, Pietro I se ne innamora e la pretende come sua amante.

Narrazione popolare racconta che durante i lavori di costruzione di San Pietroburgo, Pietro e Caterina vissero in una capanna di legno di solo tre stanze, follemente innamorati e felici.

Nel 1705 lei si converte alla fede ortodossa e nel 1712 diviene ufficialmente moglie dello zar al quale diede 13 figli, anche se sopravvissero solo due femmine: Anna ed Elisabetta.

Nel 1724  Pietro il Grande la incorona zarina di Russia, l’anno successivo muore senza successori, ma la guardia imperiale proclama lei imperatrice di Russia; nella gestione del potere sarà affiancata dall’ex amante, il principe Aleksandr Mensikov.

Era bella Caterina? La guida e le biografie ce la descrivono “in carne”, non bellissima ma con una intelligenza, una vivacità e capace di sottile umorismo che la rendeva irresistibile.

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Lasciamo scivolare la storia a bordo del traghetto che ci condurrà nei canali del Neva, per ammirare, da bordo, il fascino di San Pietroburgo.

 

Abbiamo così modo di ammirare le mura esterne della Fortezza Santi Pietro e Paolo, un ponte coperto di collegamento fra due palazzi che ricorda quello dei “Sospiri” di Venezia, in lontananza l’Ermitage e la dorata cupola di Sant’Isacco e il quadro d’insieme, a volte, rimanda al Canal Grande.

Il traghetto scorre a fianco anche dell’incrociatore Aurora che, nell’ottobre del 1917, sparò colpi di cannone che sancirono la conquista, da parte dei rivoluzionari, del Palazzo d’Inverno.

Peccato che il pomeriggio sia nuvoloso, grigio perché nei rari momenti in cui il sole risplende, la città appare in tutta la sua magnificenza e più che Venezia in certi momenti mi ricorda, per navigli, ponti, dimensioni, Istanbul.

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Scendiamo a terra per chiudere la due giorni visitando la Prospettiva Nevskij” che è la via centrale di San Pietroburgo.

Lo zar Pietro la volle e per collegare la città di Velikij, ma anche per competere in grandezza con i Champ-Elysée parigini.

Ci riuscì in lunghezza; per avere infatti l’idea della Prospettiva Nevskij servono numeri: Corso Buenos Aires, a Milano, considerato il più lungo shopping d’Italia misura 1,2 Km, i Champ-Elysée, tralasciando il loro fascino, misurano 1,91 km contro i 4,5 km della “Prospettiva”!

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Questo serpente che attraversa tutta la città è il cuore pulsante delle attività sia diurne che notturne della metropoli.

Quattromilacinquecento metri per due, considerando i due lati, fanno novemila metri di negozi, locali, attività, è l’apoteosi di shopping compulsivo e globalizzazione, presenti i marchi che trovi in tutte le metropoli del mondo.

La percorro distratto e per fortuna di tanto in tanto ci sono anche chiese, monumenti, m’infilo nella Cattedrale di Kazan’ che con il suo ovale porticato esterno ricorda vagamente San Pietro, (quanti palazzi, quante chiese, quanti monumenti ricordano vagamente i tesori che abbiamo in Italia e quanti architetti italiani hanno contribuito alla bellezza della città.

All’interno ci sono fedeli in fila per venerare e baciare l’icona della Signora di Kazan.

La via, agli incroci, si attraversa con dei sottopassi ampi che danno accesso anche alle stazioni della metropolitana.

Risalgo e non credo ai miei occhi: davanti mi trovo un marciapiede invaso da scatoloni che sembrano buttati lì da un camion in corsa, sono sfasciati, osservo bene e dalle pieghe saltano fuori libri vetusti, curioso gli autori e i loro nomi sono Nestor Makhnò, Pjotr Kropotkin, Mikhail Bakunin, e poi Lenin, Martov etc., anarchici e rivoluzionari russi.

A diffonderli nel luogo di certo meno deputato un uomo malvestito, mal nutrito, con una lunga chioma arruffata che sembra uscito da “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij.

Ne sono così colpito che non ricordo di immortalarlo in uno scatto.

Sull’arteria si affacciano anche canali, nobili palazzi, la Biblioteca Nazionale Russa, la Chiesa Armena di Santa Caterina, il Monastero di Aleksandr Nevskij che ne ispirò il nome.

Avanti e indietro poi si cede, le gambe non reggono più, ci si accomoda in un parco laterale e in panchina si aspetta il pullman che ci porterà alla nave.

San Pietroburgo…addio o forse arrivederci.

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CROCIERA SUL BALTICO: Stoccolma, Helsinki, San Pietroburgo, Tallinn

Panorama_of_Saint_Petersburg_from_Palace_BridgeSAN PIETROBURGO

(primo giorno)

 

Come da programma la Costa Magica, alle 18, lascia il porto di Helsinki destinazione San Pietroburgo dove arriviamo l’indomani, martedì, alle 7,30.

La nuova meta è destinazione che tutti i croceristi attendono con maggior trepidazione; la città è nell’immaginario collettivo come poche altre città al mondo; i suoi cambi di nome, infatti, da Pietrogrado a Leningrado, evocano pagine di storia eroiche e tragiche.

Oggi c’è chi la chiama anche Putingrad perché il moderno zar sovietico è di queste parti e di certo ha favorito la sua crescita intuendo anche il grande contributo economico che avrebbe portato il turismo.

Per taluni poi, noi compresi, è il primo contatto con il mondo sovietico, con la Russia; non più Europa quindi come i paesi che visitiamo: Svezia, Finlandia ed Estonia, ma Unione Sovietica dove serve, per entrare, il visto sul passaporto; noi croceristi lo abbiamo collettivo e ci viene raccomandato di non avventurarci da soli in città, potremmo incontrare seri problemi.

Il porto è davvero imponente, mai viste tante lussuose navi da crociera in rada, che fanno da cornice e contrastano con i grigi quartieri popolari di estrema periferia che intravediamo in lontananza; scrutando l’orizzonte notiamo anche l’unico e avveniristico grattacielo della città, costruito in occasione dei mondiali di calcio del 2018 saggiamente defilato rispetto al cuore della metropoli.

La città, si estende su 605, 8 km quadrati, è vastissima e grazie ai suoi sterminati spazi non ha mai avuto l’esigenza di crescere verticalmente, così tutti i palazzi, anche quelli nobiliari, sono stati costruiti su due piani.

Lasciamo la nave e affrontiamo controlli minuziosi, molto accurati svolti da poliziotte donne che sono però molto educate; a proteggerle militari in uniforme con i caratteristici ed enormi cappelli militari rosso/verdi che ricordano il regime.

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L’hangar è comunque gradevole e moderno, con molti negozi a imitare abitudini occidentali.

Fu Pietro il Grande, che regnò dal 1672 al 1725, a volerla ed il 27 maggio 1703 è considerato anno di fondazione; città quindi relativamente giovane rispetto alle millenarie capitali europee.

Concepita come porto commerciale e fortezza navale, sorge sulla foce del fiume Neva, fu edificata nel sangue, stime recenti parlano di 30.000 morti soprattutto fra i contadini, servi della gleba, obbligati per “Ukas” –“Editto”, a turni di lavoro obbligatori, massacranti e non retribuiti.

La città, nel tempo, ha finito con estendersi su ben 43 isole ed è percorsa in ogni direzione da oltre 60 tra piccoli corsi d’acqua e canali, per questo spesso chiamata la “Venezia del nord”.

Forzosamente avvenne anche il popolamento della città; i boiardi di corte furono obbligati a lasciare le loro residenze per spostarsi in quel territorio, allora paludoso e malsano.

Pietro il Grande però non lasciò alternative perché il suo obiettivo era di aprire una finestra sul mondo occidentale per modernizzare il suo vecchio e stantio paese.

Non siamo però qui da storici, ma da turisti, così un po’ eccitati ci prepariamo per la prima escursione.

Il pullman esce dal porto e incontra la prima periferia caratterizzata da costruzioni anni ’70 che, lo dice la guida russa, sanno ancora di regime e sono fra gli esempi di peggior edilizia; gli standard miglioreranno solo dagli anni novanta.

Nel tragitto dalla periferia al centro la guida regala coriandoli di notizie; scopriamo così dell’esistenza di una efficientissima metropolitana che a tratti è collocata a ben 120 mt sotto il fiume, che ci sono oltre 80 teatri, che San Pietroburgo è riferimento culturale e universitario per tutta la Russia, parla di oltre 12 milioni di abitanti, cifra che include certamente tutto il così detto “Soggetto federale cittadino” (paragonabile alle nostre “Città metropolitane”) e che include 9 cittadine suburbane.

Lavoro, ci dice ancora, ce n’è per tutti, ma gli stipendi sono molto bassi e obbligano all’impiego marito e moglie, le famiglie però sono indebitate e, pur diventate proprietarie del proprio appartamento per concessione statale, non riescono a sostenere le spese generali e i costi di manutenzione della casa e si vede guardando le facciate che hanno imposte fatiscenti, questo varrà anche per i nobili e vetusti palazzi centrali.

Anche le pensioni sono minime, nei musei, infatti, troveremo custodi molto anziani, lì per arrotondare.

Di contro sfreccia per gli ampi viali un parco macchine che non ho visto nemmeno a New York, credo sia il biglietto da visita dei nuovi ricchi oligarchi.

Attraversiamo tanti ponti che scavalcano il Neva e finalmente mettiamo piede a terra davanti alla Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, tempio costruito in tempi relativamente recenti; l’edificazione infatti inizia nel 1883 per volere di Alessandro III come luogo di memoria del padre, Alessandro II, assassinato proprio in quel luogo due anni prima.

I lavori procedettero a rilento e furono ultimati solo nel 1907 sotto lo zar Nicola II, sorge sulla riva del canale Gribaedova  e vicino al parco Michajlosvskij del Museo Russo non lontano dalla Prospettiva Nevskij che visiteremo l’indomani.

Proprio per la vicinanza a tanti luoghi d’interesse la piazza è gremita e tutti sono colpiti dalla bellezza della chiesa, il cui stile ricorda l’architettura russa medievale.

Spiccano i colori dei mosaici, delle ceramiche, dei vetri e la decorazione del campanile (ora in restauro) a raffigurare le principali città e regioni dell’impero.

Tutto il mondo e paese e anche qui troviamo lavori in corso e impossibilità di visitare l’interno.

Sgranchiamo così le gambe girandole attorno, arrivando sino all’ingresso del parco dove il rito è farsi fotografare tenendo sul palmo una tortora addomesticata e, seguendo il canale, in certi tratti, l’atmosfera mi ricorda Trieste quando il mare entra e il naviglio è costellato di locali drink and food.

Risaliamo sul pullman diretti ad una meta preannunciata e desiderata da tutti: il Market statale di souvenir dove troveremo matrioske, collane di giada, le uova Fabergé e soprattutto i servizi igienici.

Lo aveva annunciato la nostra hostess che, proprio per evitarci i frequenti rischi di scippi, aveva scelto, per i nostri “pit stop”, queste ampie e moderne strutture pubbliche anche loro sorte per gestire i tanti turisti giunti in città per i mondiali di calcio. Potere del pallone!

In precedenza, chi era fortemente in difficoltà ha fatto tentativi al chiosco/bagno a pagamento davanti al parco, ma mentre a Bergen, in Norvegia, si accedeva esclusivamente con carta di credito, qui si può solo con i rubli e sono rifiutati sia euro sia dollaro.

Si resiste sino al Market e la scelta è da tutti apprezzata, dà sicurezza, ci sono commesse disponibili, multi lingue, ogni tipo di souvenir, giade e uova Fabergé da incanto e, dettaglio non trascurabile, servizi pulitissimi.

Al rientro in pullman tutti hanno pacchetti e tutti commentano quelli che ritengono siano stati ottimi acquisti (a ruba braccialetti e collane di giada), ora ci aspetta l’Ermitage.

Un’odissea!

Arriviamo a metà mattina, ma la coda prosegue già dietro l’angolo; la guida dice che siamo comunque fortunati, altre volte è peggio.

Pazientemente attendiamo il nostro turno sul marciapiede mentre un traffico intenso sfreccia in entrambe le direzioni sull’ampio vialone che divide il museo dalle sponde del Neva.

E’ proprio in questa ressa che ci rammentiamo delle raccomandazioni della nostra accompagnatrice, infatti, un mal intenzionato urta una turista giapponese tentando di sfilarle la borsa, il tentativo fallisce e il furfante, lesto, sparisce nella calca.

Dopo Louvre, Moma, Musei Vaticani, British Museum, finalmente arriva la volta dell’Ermitage, con i precedenti, uno dei più visitati al mondo.

Purtroppo la calca fuori è nulla rispetto a ciò che troviamo nelle sale, manca il respiro, una signora del nostro gruppo si sente poco bene, lascia il museo, non regge a tanto ressa che è davvero insensata.

Musei di questo prestigio dovrebbero meglio gestire i flussi di visitatori, oltretutto non intravediamo, in caso di pericolo, chiare segnalazioni di vie di fuga. Tant’è!

Naturalmente visitiamo una piccola parte del museo vastissimo e formato da 5 edifici allineati, costruiti fra il XVIII E XIX secolo, sono: Il Palazzo d’Inverno progettato dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli e nato come residenza imperiale, il Piccolo Ermitage voluto dalla Regina Caterina come luogo dove, privatamente, godere d’arte e amori proibiti, ai quali, nel tempo, e per ospitare il vastissimo patrimonio (si parla di oltre tre milioni di opere ma solo una minima parte è esposta) andarono ad aggiungersi  il Grande Ermitage, il Nuovo Ermitage e il Teatro dell’Ermitage.

Oggi tutti possono accedere al museo e fa riflettere che, ai tempi di Caterina,queste sale fossero luoghi di ostentazione privata dove i sovrani mostravano solo a re, ambasciatori, potenti in visita, le loro nascoste collezioni.

Reputo inutile e impossibile elencare e dettagliare i tesori presenti, certo non mancano i Lotto, Leonardo, Tiziano, Caravaggio, Michelangelo, Cézanne, Matisse, Monet, Picasso, Van Gogh, etc…etc…; non può che essere che così, non sarebbe l’Ermitage.

Ci si ferma davanti a dipinti e sculture che han fatto la storia dell’arte, c’è ressa davanti all’Orologio del Pavone, automa in rame dorato acquistato dalla regina Caterina la Grande nel 1781, e naturalmente esposto nel “suo” piccolo Ermitage, l’opera è di James Cox, tuttora funzionante ed è il più filmato.

A fatica si supera anche questo blocco, procediamo in una sorta di corrente umana, che scorre oramai più spinta dalla stanchezza che dalla curiosità e voglia di soffermarsi davanti ad un dipinto, a rilento attraversiamo anche la maestosa sala del trono.

Quasi felici quando intravediamo l’uscita, ma insoddisfatti; certamente, l’Ermitage, non può essere incluso in una crociera, consideriamo mia moglie ed io, perché da solo meriterebbe il viaggio.

Ci si accontenta, resta la soddisfazione di aver riempito la casella, di aver avuto un fugace approccio e il desiderio di tornare magari non in un’affollatissima stagione estiva.

Ora ci aspetta il pranzo in un locale tipico russo che è poco distante.

Entriamo da un minuscolo ingresso di un antico palazzo nobiliare che si affaccia sul Neva, saliamo una scala che porta ad un ampio salone dove è stato preparato il pranzo per il nostro gruppo.

Nella sala c’è un grande camino abbellito da preziose ceramiche e da intarsi lignei di prestigio, anche le volte dei soffitti sono dipinte e arricchite da ghirlande floreali che cascano da un cielo azzurro.

Siamo tutti seduti attorno ad una larga tavolata, la nostra guida russa si apparta, pranza da sola, confabula con il personale del locale, credo si sia presa una pausa perché certamente è lavoro faticoso il suo che, devo dire, sta svolgendo con assoluta gentilezza ma con professionalità, non sarà così, purtroppo, con altre guide.

Com’è tradizione dal 1865, dalla fortezza di Pietro e Paolo, che visiteremo nel pomeriggio, a mezzogiorno in punto, il cannone spara un colpo che ci fa letteralmente sobbalzare.

Ai tempi era il segnale che interrompeva il lavoro e invitava a pranzare e bere …vodka.

Con sorpresa anche il nostro pranzo inizia così, in tavola, infatti, troviamo due bicchierini del famoso liquore russo e non ci facciamo intimorire: in alto i calici e “prosit” per aprire lo stomaco al pranzo… ma la gola brucia!

In tavola c’è un burro favoloso, panna acida e subito arriva una terrina d’insalata russa che ha una consistenza “grezza” rispetto a quelle che consumiamo da noi, le verdure sono sminuzzate molto più grossolanamente, ma di certo è proprio buona.

Segue una scodella di zuppa di barbabietole rosse condita con le verdure tipiche del soffritto, arricchita con pancetta e panna acida.

Diffidenti si mescola e si mangia.

Arriva poi uno stracotto con patate che è a metà tra lesso e brasato, difficile dargli un voto, si lascia mangiare e infine torta di mele con frutti di bosco e panna.

Pausa pranzo questa non delicatissima che faticherò a digerire.

Nel bicchierino però è rimasta della vodka… giù e pronti per l’escursione del pomeriggio alla Fortezza di Pietro e Paolo.

Il tragitto in pullman per raggiungere la meta non aiuta di certo la digestione, pur muovendoci nelle prime ore del pomeriggio, attorno alla fortezza c’è un traffico degno dei peggiori ingorghi di Napoli, i mezzi faticano a imboccare la stretta curva che porta dentro a quella che, una volta, era l’isola delle lepri, i musi dei bus quasi si toccano, si procede a passo di lumaca.

Finalmente ce la facciamo e subito la fortezza ci ammaglia.

Voluta dallo zar Pietro il Grande,progettata dall’architetto svizzero Domenico Trezziniche la pensò formata da sei bastioni a forma esagonale a circoscrivere ampi cortili per le truppe, vide la posa della prima pietra nel 1703.

Per lo zar di tutte le Russie deve diventare fortezza inespugnabile per ospitare e proteggere la corte con i suoi tesori, ma anche prigione dove rinchiudere e torturare i ribelli.

All’interno delle mura edifica anche la chiesa come personale mausoleo per lui, la sua famiglia e i granduchi, così ecco ergersi la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo dove sono sepolti gli zar, i primi saranno proprio  Pietro il Grande e la regina Caterina.

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Dal 1988, a distanza di quasi un secolo, riposa qui, in una cappella laterale, anche l’ultimo zar Nicola II trucidato brutalmente nella notte fra il 16 e 17 luglio del 1918 a Ekaterinburg insieme a sua moglie Alexandra e ai cinque figli in età compresa tra i 10 e i 20 anni, assassinio voluto dai bolscevichi e che mise fine alla dinastia dei Romanov che durava da 300 anni.

Pagina di storia tragica; la sera curioso in internet e resto turbato nel leggere le testimonianze di quella che fu una brutale, raccapricciante carneficina, eseguita oltretutto maldestramente da soldati obbligati ad obbedire ad un ordine dall’alto, ma che avevano pur davanti facce terrorizzate di bambini.

Lasciamo la pagina cruenta della storia e torniamo alla cattedrale visibile da ogni angolo della città con i suoi 122,5 mt. di altezza; dalla sua cupola dorata si slancia poi una punta di altri 40 mt. che ospita alla sommità l’angelo protettore della città.

Una volta era lo skyline della città, recentemente sostituito dal Lakhta Center, unico grattacielo della città di cui abbiamo già parlato, che raggiunge i 462 mt. adibito a varie attività, è sede anche della Gazprom.

In questa cattedrale sono state contate ben 46 tombe e colpiscono il visitatore con la loro dimensione e il candido marmo; non ci sono sedie o panche e per rispetto si resta tutti in piedi.

L’interno si caratterizza anche per un’ iconostasi barocca che separa la navata della chiesa, unica nel suo genere, e che incanta per i suoi preziosi intagli dorati e icone.

Luogo della memoria storica della Russia, qui nel 1917 la guarnigione si schierò con i bolscevichi, centinaia di ufficiali zaristi vennero imprigionati nel Bastione Trubetskoy, famoso per aver ospitato prigionieri dal nome altisonante: Fëdor Dostoevskij, Maksim Gorky, Michail Bakunin, Lev Trotski e anche Josip Broz “Tito” (ex presidente della Iugoslavia), nel periodo che precedette la rivoluzione russa.

Tanta storia pesa sui nostri pensieri, per fortuna la giornata volge al termine, è stata molto faticosa, usciamo da una delle porte per rivedere la città che in questo tratto ricorda vagamente il Canal Grande di Venezia, e ci piace ricordare che una volta l’isola era semplicemente il regno di lepri che scorrazzavano e figliavano felici.

 

Domani, secondo giorno di permanenza in città ci aspetta la visita al Palazzo di Caterina.

 

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CROCIERA SUL BALTICO: Stoccolma, Helsinki, San Pietroburgo, Tallinn

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Malpensa – Stoccolma – Helsinky

Sempre, quando ci si mette in viaggio, è bene ricordare che: “Viaggiare è un poco soffrire”.

Questa volta siamo però più preparati e consci dei necessari e meticolosi controlli sia negli aeroporti sia all’imbarco in nave.

Si parte per Malpensa col vantaggio di un orario gradevole, abbiamo il volo alle dodici, ma non manca il solito brivido nel trovare il “Parking Go”; infatti questi parcheggi sono situati nelle sperdute brughiere adiacenti allo scalo, in un groviglio di stradine e deviazioni, faticosi anche per i satellitari; infatti al primo tentativo sbagliamo, per fortuna siamo in anticipo.

Il poco tempo perso lo recuperiamo al check-in perché, con nostra sorpresa, scopriamo che viaggiamo in “business-class” che prevede accessi riservati e veloci ai gate e addirittura sala ristoro prima del volo; non ne approfittiamo perché è fuori dal nostro percorso e preferiamo raggiungere la sala d’attesa.

Saliamo puntuali sul Boeing 787 – 9 della compagnia “Neos Air”alla quale si appoggia la Costa Crociere; l’aereo è gigantesco ed è comodissimo, non manca nulla: poltrone comodissime, colazione giusta, iPad, schermi con video giochi, film, cuffie e visione continua della rotta, davvero un servizio eccellente.

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Meno buono il tempo, si avvicina un temporale che scarica la sua rabbia proprio nella fase di decollo e ci raggiunge con un fulmine che rischiara d’improvviso tutta la cabina zittendo noi vacanzieri… brivido.

Ci tranquillizza l’hostess che appare immediatamente con un largo sorriso:

“Visto, ci ha colpito un fulmine ma nessun problema per noi”.

Scampato pericolo anche perché in un’occasionale chiacchierata, pochi giorni prima di partire, con il colonnello Giuliacci, era emerso che il momento più critico è quello in fase di decollo, alla presenza di un forte temporale.

L’aereo comunque prende quota, ora si vola a 12000 metri di altezza, ad una velocità di 974 km orari con una temperatura esterna di -56, sembra inverno, ma sorvolate le Alpi riappare il sereno.

Puntuali atterriamo all’aeroporto di Stoccolma, ad attenderci le hostess della Costa Crociere che ci accompagnano ai bus che ci porteranno al porto dove ci attende la “Costa Magica”.

Il porto di Stoccolma non ha nulla a che vedere con quello gigantesco di Amburgo dello scorso anno, qui l’hangar che ci accoglie assomiglia più ad una grande sala d’aspetto e anche le procedure d’imbarco, compresi i controlli di zaini e borse, scivolano via più veloci e così in tempi ragionevoli ci ritroviamo in nave.

Prima però non si sfugge al rito della foto davanti ad un finto timone con dietro un poster che raffigura il mare aperto; chi si diverte, chi s’innervosisce.

E’ metà pomeriggio, la pancia brontola, ci si dirige tutti al self che tiene in caldo ogni tipo di piatto: carne, riso, pesce, pasta, verdure, frutta, pizze, dolci; ci si rifocilla con calma anche perché sappiamo che la nave partirà solo in tarda serata, prima deve aspettare passeggeri che arrivano da tutto il mondo, europei ed extra europei e ad operazioni finite, a bordo, si possono contare 3470 ospiti e 1027 persone d’equipaggio che si disperderanno negli 11 piani della nave che misura 272,19 metri in lunghezza.

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Non si sfugge all’obbligatoria esercitazione di sicurezza e chi ha provato ad eluderla è identificato e invitato per un secondo turno.

Finalmente in cabina, assolutamente confortevole, stavolta abbiamo anche il balconcino esterno; la luce a queste latitudini tarda ad andarsene, ci mettiamo così in sdraio e godiamo il lento incedere della nave che deve muoversi con prudenza in questo tratto frastagliatissimo di costa, con tante micro isolette che fanno sognare.

Chi non ne ha sognata una, con una piccola, esclusiva casetta sopra!

Queste piccole oasi sono la meta per i fine settimana degli abitanti di Stoccolma, li vediamo in scia alla nave mentre raggiungono la loro destinazione su moto d’acqua.

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La fatica del primo giorno prende il sopravvento, chiamiamo noi la notte tirando gli spessi tendoni della cabina, ci corichiamo e riposiamo sereni anche grazie ad un mare tranquillo, siamo attorno ai 20 gradi, temperatura incredibile per la Svezia, la nave lasciata la costa punta in mare aperto verso la Finlandia e la nostra prima meta è Helsinki.

Poteri della telefonia: siamo in alto mare, non ci sono confini ma Tim ci avverte che abbiamo cambiato stato, non più Svezia, ora siamo in Finlandia, la temperatura si è abbassata e il comandante ci informa che muta anche il fuso orario, dobbiamo portare avanti un’ora i nostri orologi.

Passiamo la domenica in navigazione distratti dalle tante attività della nave: aperitivi, danze, sfilate di moda, a teatro ci aspetta il tenore Fabio Valenti tra lirica e classici della musica internazionale, poi la notte bianca e il “Gran Ballo degli Ufficiali”.

Poiché è domenica, il giorno del Signore, cerchiamo la Cappella per una preghiera, la troviamo sempre deserta; la ressa invece c’è attorno ad una gigantesca paella!

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E’ l’alba di lunedì quando attracchiamo nel porto di Helsinki.

Helsinki è la capitale della Finlandia, paese di circa 5 milioni di abitanti  e che vanta il miglior rapporto  d’Europa per abitanti e territorio e noi abituati al nostro sgomitare l’apprezziamo subito.

Si può affermare che Helsinki è una citta posta in un bosco, ci sono grandi parchi, c’è verde ovunque, i fiordi s’incuneano e sono bassi perché qui, pur ammirando una vegetazione che molto somiglia a quella dei nostri Appennini, siamo però a livello del mare.

E’ la terra dei Vichinghi, uomini dei fiordi, la città è bilingue, parlano finlandese e tedesco, sono evangelici luterani.

Mangiano aringhe affumicate e patate, trote salmonate dei numerosissimi laghi, bevono pinte di birra, latte acido.

Visitiamo in uno dei grandi parchi cittadini, il monumento dedicato al più celebre compositore del paese: Jean Sibelius,una strana scultura definita“Passio Musicae”.

L’opera che ricorda canne d’organo, è di Eila Hiltunen, inaugurata nel 1967 raccolse pareri discordi, ora è meta irrinunciabile, si dice provochi suoni al soffiare del vento.

Tutt’attorno alla città ci sono centinaia di laghi formatisi per lo scioglimento dei ghiacci, in epoche remotissime, nel granito, roccia sulla quale poggia tutta la città.

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Proseguiamo il giro turistico passando davanti a monumenti storici quali: Il ParlamentoNazionale, il Teatro dell’opera, il “Finlandia Hall” luogo unico per congressi ed eventi.

Sostiamo ora davanti alla cattedrale luterana di Helsinki che domina la grande Piazza del Senato,luogo d’incontro e di riferimento per turisti e locali.

La cattedrale, dedicata a San Nicola,è imponente con le sue gigantesche colonne di marmo frontali e la sua cupola verde neoclassica, all’interno è spoglia rispetto agli standard delle nostre chiese.

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Di tutt’altro impatto visivo quella ortodossa di Uspenkidedicata alla “Dormizione di Maria” con cupole, chiamate cipolle, ricoperte d’oro che esaltano il granito rosso del tempio, si trova su una piccola altura e nel raggiungerla, ad ogni passo, si godono momenti visivi emozionanti.

Peccato non poterla visitare, è il giorno di chiusura.

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Del tutto singolare, e forse la più visitata, è la chiesa luteranadi “Temppeliaukio”, meglio conosciuta come Chiesa nella Roccia”, raro esempio di architettura rupestre, realizzata dagli architetti finlandesi Tuomo Suomalainen e Timo Suomalainen.

Suggestiva, perché costruita su quello che una volta era un rifugio anti aereo; la volta è rivestita in rame e le pareti interne mantengono la caratteristica di roccia e pietrisco a vista; beneficia così di  un’acustica eccezionale che la rendono location ideale per concerti.

Dopo tanto sacro e tante cattedrali finalmente una pausa profana al mercato sul porto per gustare frutti di bosco, ciliegie, oltre a pesciolini di lago, davvero buonissimi fritti.

h chiesa 3h pesce

Dopo la saporita pausa si naviga ammirando la città dal mare e circumnavigando le isole fortificate di Suomenlinna riconosciute dall’Unesco come esempio di architettura militare; rappresentavano, ai tempi, basi d’appoggio per raggiungere il Polo Nord, con l’aiuto delle navi rompighiaccio che vediamo ancorate a riva.

H forteh rompighiaccio

Lasciamo la città per raggiungere Porvoo,seconda città più antica della Finlandia, arroccata su una collina nei pressi del fiume Porvoonjoki, ai tempi commerciava legno e pellicce oltre a catrame vegetale derivato da carbon fossile che veniva distillato nei forni.

Molti tetti ne sono ancora ricoperti e, inconfondibile, arriva il loro l’odore.

Il villaggio è caratteristico per le sue casette rosse e per i suoi magazzini, dove ai tempi si conservavano merci esotiche provenienti da tutto il mondo.

Gradevolissimo luogo turistico immerso nel verde attorno al quale si snoda l’azzurro anello del fiume.

Porvo 1

Passeggiando nel centro storico non mi sfuggono, sedute all’esterno di un locale, ragazze finlandesi davvero carine che hanno pelle color latte.

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Dopo questa distrazione, tipicamente italiana, è tempo di tornare alla nave e nel tragitto di ritorno la guida ci fa notare che tutta l’autostrada è recintata con alte reti metalliche, questo per evitare l’attraversamento delle alci che, fino a poco tempo fa, era uno della principali cause  di incidenti stradali mortali.

Per lasciare comunque scorrazzare liberamente le alci sono stati costruiti veri sottopassi dell’autostrada dove gli animali possono transitare senza pericolo né per loro né per gli automobilisti.

Rientriamo affaticati dalla lunga giornata in nave che ora è pronta per salpare.

L’indomani faremo rotta per San Pietroburgo.

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Helsinki dal mare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOUCH SCREEN e POLLI

touch

Più facile che pensare: tocchi e appare!

Più veloce che dirlo: tocchi e fa!

Allo schermo “sensibile al tocco” basta il nostro indice per dire si o no al mondo e lo fa senza esitazioni né ripensamenti; di più, questo “schermo tattile”, se in funzione multi-touche da retta contemporaneamente anche a più dita che possono così agire simultaneamente su più proposte.

Magie tecnologiche che richiedono capacità, ma sopra tutto un livello di attenzione molto elevato.

Malauguratamente stressati e distratti come lo siamo un po tutti, ci si fa l’abitudine a questa comodità che diventa routinaria e allora ecco che mentre cercavi le previsioni del tempo, appare una videata strana, richiede un assenso: si – no, rispondi, pardon, digiti di fretta ed ecco confermato un abbonamento ad un servizio inutile che costa … solo 5 euro la settimana.

Succede anche che il telefono infilato nella stretta tasca dei jeans tocchi qualche rigidità che fa partire una telefonata non si sa a chi o squilli e dall’altra parte senti una voce sconosciuta: “Ha difficoltà signore, come possiamo aiutarla?” – “Scusi ma chi parla?”.

e a quel punto ti ricordi della app del 112 appena installata, che figura!

Grazie, grazie molte, tutto a posto”.

C’è poi la telefonia che appena rinnovato l’abbonamento ti bersaglia di messaggi e basta digitare “si”o pigiare “1”, ma bisogna farlo subito, per non farsi sfuggire l’offertona di 10000 sms, 5000 giga o un abbonamento ad una playlist!

Pensavo questo mentre mi godevo un insolito paesaggio collinare popolato da bipedi: gallo, galline, oche, anatre.

gallina

e questo pittorico quadro d’altri tempi mi ha rimandato ad una massima che raccomandava:

Guardare ma non toccare è una cosa da imparare”.

Non si può imparare senza guardare e credo che il suggerimento sia valido ancora oggi, tutti ci vogliono spingere a ritmi sempre più frenetici, ma conviene guardare, guardare, guardare e solo quando si è imparato è bene attivare l’indice.

Osservando i polli, si dice abbiano un cervello di gallina, notavo la loro prudenza; il loro“touch screen”, ovvero il loro becco; si attivava solo dopo che le loro zampette avevano ben raschiato il terreno e portato in superficie il bocconcino che non veniva così confuso con sassolini, pietrisco o rametti indigesti.

Avremo noi più cervello dei polli!?

Buona estate!

 

 

 

 

 

APRIRE I PORTI? PRIMA APRIAMO I CUORI

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L’odissea della Open Arms ferma da 19 giorni davanti a Lampedusa con il suo carico di profughi disperati e che ha occupato tutte le prime pagine dei notiziari si è sbloccata con l’intervento della procura di Agrigento che ha disposto il sequestro della nave e l’evacuazione immediata degli 83 migranti ancora a bordo.

Finalmente!

Davvero stucchevole la politica sempre distante dalla realtà, sempre alla ricerca di consensi più che di soluzioni.

Intanto, in tutti quei lunghi giorni, a bordo si vomita, si sta male, ci si deprime nel vedere la meta tanto agognata lì a portata di braccia e di certo chi è a bordo non capisce i dibattiti della politica, di certo gli rode l’ostilità di chi considerava umanità ricca e accogliente; così i più fragili si buttano a mare.

La Editrice Monti, che ha pubblicato taluni dei miei libri aveva in catalogo la collana:“Nei panni degli altri”che si sforzava di capire le realtà non limitandosi alla superficie, ma scrutando in profondità per discernere il perché delle cose.

Nei panni degli altri!

Ad ogni sbarco la notizia che più mi inquieta è quella che riguarda i minori non accompagnati; nel caso della Open Arms erano 27.

Noi non mandiamo soli i nostri bambini nemmeno a scuola, che si trova a pochi isolati più in là di casa nostra!

Che pena avranno nel cuore quei genitori, quel padre, quella madre, forse solo la madre perché il padre è stato ucciso nel conflitto locale, o forse dobbiamo pensare agli anziani nonni perché entrambi i genitori sono stati seviziati, uccisi.

Quale disperazioni li spinge, quale miseria può arrivare a tanto.

Non perdiamo tempo, non stiamo ad assottigliare, quello che conta è:

America first” – “Prima gli italiani” etc.

Che tempi, che politici anche qui da noi che rivendicano, tronfi, le origini cristiane dell’Europa, salvo poi respingere meschinamente il prossimo più bisognoso.

Credo ci sia bisogno di aprire prima i cuori; solo così i porti potranno diventare non solo approdi ma fari capaci di dare luce e speranza a chi nulla è rimasto.

LE PROCESSIONI CAMPESTRI

processione

Le processioni campestri conosciute anche come “rogazioni” (dal latino rogare ovvero pregare) si svolgevano a primavera ed avevano lo scopo di proteggere dalle intemperie le coltivazioni dei campi.

Avvenivano, sino ai primi anni ’60 anche al mio paese; si svolgevano in tempi diversi, solitamente verso fine aprile o nei giorni precedenti la festa dell’Ascensione ed io conservo memoria.

Ero chierichetto allora e mai come in quelle fresche mattine ero orgoglioso di portare la croce che apriva la processione, insieme ad altri miei sonnolenti ma felici coetanei, che reggevano il secchiello dell’acqua santa e l’aspersorio.

Dietro di noi, il Parroco e il Curato, poi le Confraternite con i loro stendardi, le Suore a precedere le donne con i veli ricamati in testa, ultimi gli uomini che solo per quelle mattine ritardavano i lavori in campagna per partecipare al rito propiziatorio al quale molto tenevano.

Il corteo sfilava dal sagrato della chiesa e, di volta in volta, aveva una meta diversa: la Cappella della Motta, quella di Sant’Eusebio‘l Dòsel, sota la Ceza, e addirittura ‘l pe da l’Oca, campagna molto lontana dalla chiesa; questo perché la solenne benedizione doveva arrivare in ogni podere, in ogni orticello, bagnare ogni pertica agricola del paese.

Durante l’attraversamento dell’abitato si recitavano preghiere, litanie, inni alla Vergine Maria e il tutto somigliava alle processioni tradizionali; ma nell’istante in cui si prendeva la strada dei campi l’atmosfera cambiava.

Arrivati, infatti, all’effigie murale della Madonna del Santuario della Misericordia, si girava giù per la “Basa Olta” (ai tempi antica osteria) e si proseguiva sulla stradina sterrata, si oltrepassava il mulino costeggiando la roggia che gorgogliava e mandava frescura, tenendo a sinistra ” ‘al prat vèc”, ancora oggi il più vasto prato del paese.

Da lì in poi solo rigogliosa campagna.

Era a quel punto che l’atmosfera diventava davvero magica, perché cielo e terra si univano, il vento primaverile scuoteva le verdi fronde dei pioppi e ogni foglia, ogni virgulto, insieme  a sorpresi e cinguettanti passerotti, musicava l’alba d’armonia e su quei campi di fatica, arrivava miracolosamente il “Sacro” a dare senso compiuto alle fatiche terrene.

Palpabile fra i fedeli la sensazione che Dio fosse proprio lì, col suo amorevole abbraccio.

Una volta giunti alla Cappella della Motta il sacerdote benediva i campi rivolgendo poi la croce ai quattro punti cardinali pronunciando, con voce implorante, l’invocazione:

“A fulgure et tempestate”.

Rogazione accorata che trovava immediata e convinta risposta dei fedeli:

“Libera nos Domine”.

Certi com’erano, i contadini, che la preghiera di quel mattino avrebbe tenuto lontana dai loro campi la tanto temuta tempesta e proprio in quel momento lo sguardo di ognuno andava verso il proprio prato, alle ancor verdi spighe di frumento che la brezza mattutina cullava.

C’era grande raccoglimento, grande partecipazione, grande fede.

La preghiera proseguiva e si affidava ora alla provvidenza divina:

“Ut fructus terrae dare et conservare digneris”.

“Te rogamus, audi nos”.

Come poteva il Buon Dio non dare ascolto a queste invocazioni!

Erano prevalenti le suppliche per i bisogni terreni, ma durante il percorso si pensava anche all’anima:

“Da dannazione perpetua” – “Dalla morte improvvisa” – “Dai pericoli che minacciano i nostri peccati”.

“Liberaci, o Signore”.

Ai tempi si temeva il demonio, si confidava in Dio.

Le rogazioni hanno origine antichissime, risalgono al 400 d.C. ma dagli anni ’60 la loro pratica è andata scemando tanto da far dire, già allora, ad  un parroco che vedeva assottigliarsi le fila della processione: “……come volete che Dio benedica i nostri campi se noi dimentichiamo di rivolgerci a lui che ci da il sole, le stagioni, le piogge…”.

Evidente il rimando alla lettura: “Né chi pianta né chi irriga, è qualche cosa ma Dio che fa crescere”.

Forse è iniziata lì la secolarizzazione di questi nostri faticosi tempi.

IL GIOCO DELLA LIPPA

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… “il ciancol” è lanciato

Paolino, suo fratello Achille e la sorellina Agnese, camminano lungo un viottolo di campagna, imbronciati, perché come ogni sera hanno dovuto interrompere il gioco e portare al pascolo le oche.

Sono ormai lontani dall’abitato e percorrono un sentiero a loro ben noto ai bordi del quale, sanno, esserci ciuffi di cicoria.

Il tramonto è magico, il sole indugia rosso all’orizzonte, l’aria è tiepida e una leggera brezza serale muove le argentee foglie del pioppo mentre grilli, ranocchi, cicale avviano il loro straordinario concerto serale.

Le oche, dal canto loro, collo alto, affrettano il passo e compiono improvvise accelerazioni sia per raggiungere i teneri ciuffi d’erba, sia per evitare i colpi di bastone di Achille che, stasera, è più nervoso che mai.

Anche Paolino non riesce a tenere il passo del fratello, procede estasiato, catturato dai profumi serali della campagna e collabora a modo suo intonando con la sorellina una filastrocca che dovrebbe indurre le oche a consumare in fretta il loro pasto serale: “Auli…auleta – fé la maghéta – fela calcàda – che andem a casa!”. (Auli auleta fate il gozzo, fatelo bello pieno che torniamo a casa).

“La piantate?”– gli urla Achille che, innervosito, al rimprovero fa seguire un colpo secco di bastone dall’alto verso il basso a colpire la terra.

La punta del randello va però casualmente a colpire un pezzetto di legno, sminuzzato in precedenza dalle ruote dei carri e il bastoncino, sorprendendolo, si alza improvvisamente e lui, d’istinto, per ripararsi il volto, gli sferra un altro colpo che lo fa volare una decina di metri più in là, spaventando le ignare oche, intente a beccare.

“Hai visto Paolino?”.

“Sì… sì…che bello… dai fammi provare…!”.

I ragazzi, quella sera, sono subito conquistati dal nuovo gioco, si sfidano colpo su colpo, perdono la cognizione del tempo e si ritrovano così in aperta campagna molto lontano da casa e già inizia a fare buio, perdono di vista anche le oche che, incustodite, abbandonano lo sterrato ed entrano nei campi dove c’è cicoria in abbondanza; passasse il proprietario del prato sarebbero guai seri.

 

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… le oche, collo alto, affrettano il passo

Senza saperlo, in quel tardo e lontano pomeriggio estivo, i due fratellini hanno inventato un nuovo gioco: il gioco della lippa.

Credo che le cose siano andate proprio così, anche perché in quegli anni ci si divertiva soprattutto con la fantasia, non disponendo i bambini, nella maggior parte dei casi, di veri giocattoli.

Il cavallino, la bambola di pezza, l’arco, il fucile erano costruiti grazie all’abilità e all’inventiva dei genitori utilizzando di volta in volta lo stelo del granoturco per il cavallino, le pezze e la segatura per le bambole, un ramo flessibile per l’arco, un legno lavorato e levigato per il fucile.

Per rigore storico devo precisare che il gioco della lippa è svago antichissimo, se ne ha menzione sin dai tempi degli antichi Romani, ma a me è piaciuto ambientarlo nella mia spensierata infanzia trascorsa nella fertile campagna lombarda.

S’iniziava a pensare alla lippa in primavera con lunghe escursioni sugli argini del fiume o nei pressi di cave, alla ricerca dei rovi di pruno selvatico, legno reputato ideale per la “manela”(bastone-mazza) che doveva essere lunga all’incirca settanta centimetri e avere un diametro di quattro, cinque.

Operazione non facile perché l’arbusto aveva numerose spine e la durezza dei rami rendeva rischioso anche il taglio e spesso si ritornava dall’esplorazione con ferite e pantaloni strappati.

A quel punto la “manela”veniva riposta in un angolo segreto della cascina, in attesa del pellegrinaggio al santuario della Madonna di Caravaggio.

Quella era l’occasione, dopo la recita del rosario e la messa, per farsi acquistare da papà, fra i banchi della fiera, oltre all’immancabile pezzetto di torrone e la striscia di “tiramolla” anche il tanto desiderato coltellino svizzero che al rientro sarebbe servito per levigare la mazza e personalizzarla con le proprie iniziali.

La stessa operazione, ma con ancora più studio, era riservata al “ciancol”, il pezzettino di legno lungo circa una decina di centimetri che si appuntiva su entrambi i lati per facilitarne l’alzata. Vero lavoro d’ingegneria dinamica!

Non tutti però tornavano dal pellegrinaggio col coltellino, questi sfortunati risolvevano il problema spaccando di nascosto un vetro col quale ottenevano lo stesso risultato.

Una volta costruiti gli strumenti, il gioco poteva iniziare.

Le regole fondamentali erano queste: si delimitava con la punta del bastone una base tracciando un cerchio sul terreno di gioco, in questo spazio stava il battitore che cercava con la “manela”di alzare la lippa per lanciarla il più lontano possibile; l’avversario, il raccoglitore, si metteva nel punto dove prevedeva sarebbe arrivato il lancio e se riusciva ad afferrarla al volo e ributtarla nella base eliminava l’avversario.

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nella base la “manela” e il “ciancol”

Il dialogo era questo: il battitore urlava “Ciancol?” – il raccoglitore rispondeva “Mandel!”(lancia) e a quel punto preceduto dall’urlo del battitore“Ciapel an dal sac” (prendilo nel sacco) la lippa partiva.

Se il battitore non riusciva ad alzare il “ciancol”, era eliminato, vinceva chi con il numero di tiri stabiliti, riusciva a lanciare il più lontano possibile la lippa.

Questo “sport” ovviamente richiedeva ampi spazi e l’aia della cascina era luogo reputato ideale dai ragazzi e tutto filava liscio sino a quando la lippa non colpiva un pulcino o, ancor peggio, qualche bimbo che gironzolava nel girello.

Seguivano urla e strepiti: “Ancora voi… sta lippa… via di qua!”,gridavano le mamme, e allora i ragazzi si spostavano sulla piazza grande, solitamente quella antistante alla chiesa, ma anche qui la partita durava fin tanto che il “ciancol” non finiva in qualche finestra mandandola in frantumi.

Le gare, soprattutto quando erano fra bande rivali, spesso finivano in rissa e il fatto che ognuno tenesse minacciosamente salda in mano la propria “manela”rendeva lo scontro pericoloso, capitava a volte che qualcuno ne uscisse malconcio.

Del gioco della lippa esisteva anche altra versione che somiglia molto al baseball, poiché è il raccoglitore che lancia il “ciancol”e il battitore deve cercare di colpirlo.

Alla lippa si giocò fino agli anni cinquanta del secolo scorso, poi nelle tasche della gente arrivò qualche soldo in più che consentì ai genitori di comprare ai loro figli giocattoli veri.

Sparirono anche i terreni sterrati, ideali per questo gioco, vennero coperti da cemento e catrame, ma probabilmente anche la pericolosità del gioco convinse i genitori a indirizzare i loro ragazzi su nuovi svaghi.

Fortunatamente arrivò il pallone di cuoio, per giocare “al fubal”,così veniva chiamato allora il gioco del calcio, arrivò anche la televisione che cambiò irrimediabilmente le abitudini di tutti.

Si può affermare così che con la fine del gioco della lippa termina un’epoca; il consumismo, minaccioso, è dietro l’angolo.