L’aria fresca della mattina è quasi una medicina

La giornata del contadino, appena ieri, iniziava con i rintocchi dell’Ave Maria; sapeva che, soprattutto nei caldi mesi estivi, era importante muoversi col fresco.

Ai rintocchi delle campane subito giù dal letto, transito veloce in cucina per la quotidiana scodella di latte prima di affrontare la nuova giornata lavorativa, di sicuro faticosa anche per  l’insopportabile afa del pomeriggio.

Prima di inoltrarsi però verso la campagna il contadino si attarda in cascina, dà un’occhiata alle bestie, osserva il cielo per intuire se qualche nube porterà refrigerio, transita veloce all’orto per godere dei  pomodori  che stanno finalmente arrossando, mette un po’ d’ordine nei pensieri e infine, con profondi respiri gode la salubre frescura dell’alba.

A quest’ora, sono le cinque, il clima  è tutt’altro che estivo, l’aria  è frizzante, benefica e un leggero banco di rugiada ozia ancora sui prati.

Sono brevi istanti che ristorano il fisico e lo spirito, infine un “Pater-Ave-Gloria” recitato con la moglie e un altro giorno del Signore può  cominciare.

A GIUGNO ALLARGA LA MANO E STRINGI IL PUGNO

Aprire, spalancare il più possibile il palmo della mano per afferrare il maggior numero di spighe, poi serrare l’altra attorno al manico della falce per recidere con colpo sicuro i dorati steli del grano.

Dall’alba al tramonto, per giorni e giorni.

Erano i gesti faticosi e ripetitivi dei contadini impegnati a giugno nei campi di frumento; si disponevano l’uno dietro l’altro, falciavano, legavano e allineavano i grossi covoni che al tramonto, col carro, portavano in cascina per la trebbiatura.

Trebbiare era un momento di festa e l’operazione coinvolgeva tutta la famiglia, anche donne e bambini e alla fine della giornata pane, salame e vino per tutti.

Quanta fatica, ma che soddisfazione vedere  i sacchi di frumento ben allineati sotto il portico; la loro presenza rassicurava economicamente la famiglia che poteva così guardare con fiducia al futuro.

Il proverbio rappresenta simbolicamente la mano del contadino aperta e stretta nello stesso tempo: aperta per ricevere il giusto guadagno, stretta per tesoreggiare il gruzzolo che dovrà bastare per le necessità di tutto l’anno.

TRAGEDIA FUNIVIA STRESA – MOTTARONE

Mio nipote domenica era a Stresa, pranzavo quando è arrivata la notizia del disastro, lo chiamo immediatamente, ma non risponde, resto in ansia.

“Pronto zio, mi chiamavi perché hai saputo?”

Dopo due ore, tiro un sospiro di sollievo.

Dopo tre giorni tre arresti per 14 morti da piangere e un bimbo che miracolosamente torna alla vita.

Quello che nessuno osava nemmeno pensare si materializza; non solo fatalità, ma, sembra oramai certo,  decisione insana dei gestori dell’impianto che han deciso di privilegiare alla sicurezza, il contatore delle risalite.

Tre folli?

Purtroppo no, il numero di questi irresponsabili non lo conosce nessuno, sono da cercare fra coloro che avrebbero dovuto accertare il degrado del ponte Morandi a Genova e più in generale quelli che dovrebbero garantire la solidità delle infrastrutture di una nazione.

Sono ritornato da pochi giorni nell’entroterra ligure e li ho contati questi incoscienti nel tratto Savona – Torino, trenta chilometri di lavori su ponti, gallerie, svincoli che di sicuro erano ammalorati da decenni e solo ora si cerca di mettere in sicurezza; confesso che si ha paura percorrendo questi tratti autostradali e al rientro ho preferito fare le vecchie statali.

E’ così non solo in Liguria, ma su molti tratti là dove le code sono quotidiane perché sui ponti pericolanti chiudono corsie per diminuire il peso in transito.

Una volta si diceva: “Ha fatto proprio un bel lavoro, ha lavorato con coscienza”.

Dov’è finita la coscienza, il senso di responsabilità?

Piegati asserviti come dice il salmo: “…non travolgermi insieme ai peccatori, con gli uomini di sangue non perdere la mia vita, perché nelle loro mani è la perfidia, la loro destra è piena di regali…”.

Regali che tragicamente ricordano i 30 denari di Giuda e tante recenti sciagure.

Boccioli di rosa forse

Boccioli di rosa forse

 acerbi frutti del pruno

iris violacei papaveri

  peonie e pudiche pratoline

ma ancor più a maggio

il gorgheggio amoroso

del merlo e dell’usignolo.

Al primo tepore del sole

ostinato e armonioso

in cielo sale il loro canto.

Conforta  fa sperare.

Primavera affretta l’estate

asciuga l’insalubre stagione

riportaci le pene della vita

quelle che ben sopportavamo.

DARE PER RICEVERE

La terra, il generoso ventre materno che ricompensa con una rigogliosa spiga di grano anche quando le si getta, a volte svogliatamente, un solo chicco!

Ripaga sempre con abbondanti raccolti se l’aratro la penetra con solchi profondi, se la si nutre con abbondante concime, la si disseta con pioggia benefica, acqua ristoratrice.

Salomonica dimostrazione che non si può ricevere senza dare.

Il contadino che, con invidia, guarda l’orto del vicino colmo di frutti, può stare certo che la terra ha risposto proporzionalmente alle attenzioni che le sono state prestate.

In questi tempi di pandemia quanto maggiormente serve “dare”  piuttosto che ricevere.

PANDEMIA: VACCINI e RIABILITAZIONE

E venne finalmente il giorno della prima somministrazione del vaccino, naturalmente per me e mia moglie e per tutti gli over ’60: AstraZeneca.

Si perché in Italia dopo tanti tentennamenti han deciso che è quello il vaccino da somministrare alle categorie deboli, quello che inizialmente era riservato ai giovani.

Poi notizie contradditorie, tentennamenti anche a livello europeo là dove il vaccino in questione è stato sospeso, addirittura ritirato in certi stati dell’unione.

Noi, marchiati come “categoria fragile”, timori  ne abbiamo avuto, c’è chi, preso dai dubbi, si è ritirato dalla lista di prenotazione.

Il governo però tranquillizza tutti con una affermazione lapalissiana, semplice quanto d’effetto: i benefici sono superiori ai rischi. 

Di sicuro sarà così, però quante tensioni inutili, quanti brutti pensieri han creato in noi anziani.

L’ago comunque è penetrato, il secondo richiamo ai primi di luglio e questo apre un lungo periodo d’incertezza soprattutto in merito al grado di protezione da contagio e la mia generazione già ha capito che  è meglio usare ancora le precauzioni seguite sin qui.

Poi?

Poi ci sarà bisogno di “riabilitazione” perché non sarà così semplice ritornare alla vita normale, ce ne siamo accorti mia moglie ed io che, prima di essere vaccinati, ipotizzavamo finalmente attimi di libertà, ma subito dopo siamo tornati allo schema di vita controllata di quest’ultimo anno.

A luglio? 

Al cinema? Al ristorante? In viaggio? Cene con amici?

Dopo, dopo, dopo e la riabilitazione sarà lenta e faticosa quanto la ripresa economica.

IL GELO DI APRILE RIEMPIE IL BARILE

E’ certamente un fenomeno insolito, ma può capitare che anche a primavera inoltrata un capriccio atmosferico possa far ritornare temperature invernali e, se non proprio la neve, di certo il gelo.

Il contadino cerca di interpretare a chi può giovare questo freddo inopportuno e la risposta non tarda ad arrivare: la brina di aprile farà bene alla vite che posticiperà le prime gemme ed eviterà così malattie successive a solo beneficio dei grappoli futuri che saranno robusti e ancora più succosi.

Sembra un proverbio improbabile per le campagne lombarde, va invece ricordato che sino agli anni trenta la coltura della vite era largamente diffusa anche da noi, i contadini sistemavano filari lungo gli argini dei campi arativi, utilizzando quali pali di sostegno gli alberi, o impiantavano pergole nell’orto e pergolati davanti alle cascine.

La vendemmia era essa stessa una ricchezza, a tal punto che negli atti notarili di compravendita si distingueva il campo solo arativo dal terreno “arativo-vitato”.

Il vino? Era il “Clintòn” un vino contadino consumato a tavola per accompagnare polente e portato in fiasco sugli argini dei campi perché col suo gusto aspro dissetava nelle torride giornate estive.

Purtroppo ci si accorse che conteneva in abbondanza una sostanza, la “pectina” pericolosa per la salute e fu così quelle vigne furono proibite e nella bassa pianura padana scomparvero.