SANT’ANTONIO DALLA BARBA BIANCA

La festa del Santo si celebra il 17 gennaio, quindi in pieno inverno quando il clima è particolarmente inclemente per le frequenti nevicate e il freddo pungente.

I borghi sono intorpiditi sotto un cielo plumbeo, grandi fiocchi di neve volteggiano silenziosi nell’aria e si addormentano quieti a terra cucendo un accecante manto che trasforma case, chiese, cascine, siepi, viottoli in fatato incanto; è magia che si ripete anno dopo anno e che i pittori fermano sulle loro tele. 

Capita a volte che non nevichi, sarà allora il ghiaccio ad ergersi  artista ricamando disadorne finestre, rami, pozze mentre, sotto i portici e vicino al tepore delle stalle, spauriti passerotti saltellano tremuli in cerca disperata di cibo.

Quindi non c’è scampo: a Sant’Antonio dalla barba bianca, se non c’è neve il ghiaccio non manca.

S. Antonio vissuto tra il 251 e il 356 d.C. fu precursore della figura dell’eremita che fugge dalle tentazioni e si rifugia nel deserto, visse oltre 100 anni e Atanasio, che lo conobbe, narra che  l’unico “testo” che leggeva era la natura, la vita che lo circondava e forse per questo è riconosciuto, dai contadini, protettore degli animali e ancora nelle stalle appendono la sua immagine con un maiale in braccio.

Al Santo si attribuiscono poteri di guarigione della pelle, uno in particolare: il dolorosissimo fuoco di S. Antonio.

A lui ci si rivolge anche per ritrovare un oggetto smarrito: 

“Sant’Antonio dalla barba bianca fammi ritrovare quello che mi manca”. 

CIELO SERENO

Ho ritrovato questi versi, scritti quando avevo

 poco più di vent’anni:

“Restiamo un altro poco

amore

sotto questo cielo grigio.

Vuoi che restiamo

amore

in attesa delle stelle?”

È quello che dobbiamo fare ora, senza perdere la tenerezza che è più forte della pazienza e della stessa sopportazione. 

Sarà così che le stelle torneranno a risplendere!

Buon 2022

BUON 2022

Pochi giorni fa Paolino davanti alla capanna supplicava Gesù Bambino di porre fine alle tante sofferenze pandemiche e poiché, al momento, sembra inascoltato, ecco venire in soccorso il nonno che lo rincuora e gli ricorda che …Dio vede, Dio provvede… e ancora… che a sperare e disperare non bisogna esagerare.

Nonno Piero gli spiega che Dio distribuisce a volte gioie, a volte dolori e li mescola in modo spesso incomprensibile per noi e tutto questo per farci capire che la vita non è solo nelle nostre mani.

“Chiaro Paolino, quindi inutile affannarci più del necessario di fronte alle gioie o alle avversità, meglio avere moderazione, pazienza, equilibrio, fede”. 

Il bimbo, rincuorato, osserva ora il nonno dirigersi verso la porta che spalanca nonostante tiri un vento freddo, lo vede alzare il braccio, puntare il dito contro qualcuno là fuori e lo sente dire a voce alta:

“E tu, sì proprio tu, mi raccomando cerca di impiegare meglio il tuo tempo, basta farci tribolare siamo stufi, portaci in fretta il sereno, hai capito?”.

“Nonno, nonno ma con chi stai parlando?”.

“Con l’anno nuovo, sta muovendo i primi passi, gli ho detto di fare in fretta a imboccare la strada giusta se no son guai per lui, Paolino credo proprio mi abbia capito”.

Sarà così! Volete che proprio non ascolti ne l’uno ne l’altro?

Sereno anno nuovo a tutti!

Felice 2022

IL PRESEPE NEL CAMINO

Quel pomeriggio nevoso il bimbo si avvolse la sciarpa al collo, coprì naso e bocca, si ficcò il cappello di lana in testa, prese la cesoia e uscì di casa dirigendosi verso la chiesa; lì girò attorno al lato che dava verso i campi e, arrivato al  boschetto di abeti, tagliò tre rami che mise sotto braccio e, furtivo, tornò verso casa.

“Ahi…ahi…ahi…”. Lo scapaccione gli arrivò appena entrato. “Me l’hai fatta anche stavolta, se lo scopre il Parroco!”.

“E tu non dirglielo mamma”.

Dalla mancata replica capì che l’avrebbe fatta franca.

Corse verso il camino che in inverno restava inutilizzato, si sedette sul sedile di pietra, osservò la cenere spenta da tempo, rimosse i tizzoni poi la livellò e stese il muschio raccolto lungo la roggia e improvvisamente quello strato grigio divenne verde prato,  prese i rami, li ridusse a due palmi e li addossò lungo la caliginosa parete che somigliò subito ad un fitto bosco.

Mancava solo il cielo ma la carta stellata proprio non si attaccava al carbone della parete, guardò all’insù e vide l’asse che suo padre aveva fissato per chiudere il camino e capì che quello era il posto ideale; si allontanò tre passi e più di tutto gli piacque quel cielo che diventava metafora di vita: fosca sulla terra, luminosa lassù.

Ora i sassolini raccolti per strada, devono segnare la strada che porta alla capanna,  l’appoggia su un ceppo in modo che tutti la vedono, anche le statuine più lontane: il pastorello col suo gregge, la giovinetta che ha in mano un camicino per Gesù, il polentaio nella sua bottega , il boscaiolo che dorme nella grotta, la contadina con le oche, lo zampognaro, la nonnina che fila al telaio, il mendicante.

Ora la capanna, ecco fieno e paglia presi dalla stalla per il bue e l’asinello, la Madonna, San Giuseppe e la culla di Gesù Bambino che il babbo gli ha fatto con la corteccia del pioppo;  il bambinello, per il momento, lo tiene in saccoccia, lo poserà la sera della vigilia.

Mamma vieni a vedere”.

“Bravo, proprio bravo il mio brighella”.

E’ nato! 

Gesù nella sua povera culla, pur nella povertà di quel camino, in quella umile casa è felice, lo è anche quel bimbo che tanti anni dopo, in tempi difficili di pandemia, lo prega, lo supplica, di porre fine alle tante sofferenze.  

                             

Sarà ascoltato!

Buon Natale.

I nostri quotidiani giorni

I nostri quotidiani giorni

mio tenero vissuto amore

affollati ancora di presenze

ricordi  rimpianti a volte. 

Senza ira pigliamo per mano

 il momento ora maldestro 

curiamo pazienti le ferite

con balsami baci e carezze.

Facciamo patti con l’inverno

mio amore di primavera

amore mio d’estate

mio amore d’autunno.

Solo così sarà benevolo

e il suo felpato manto 

soffice come la neve

lenirà il tempo avverso. 

La magica notte di Santa Lucia

E’ proprio questa la notte!

In molte province del nord Italia la sera del 12 dicembre i bimbi si coricano presto e  con gli occhi chiusi, guai se la Santa li vede, aspettano con trepidazione il suo asinello col carretto carico di dolci e di doni.

Come dimenticare la magia: “Santa Lucia bella / dei bimbi tu sei la stella… / tu vieni con l’asinello / al suono del campanello…”:  din din  din din din din!

Il campanello, l’ultimissimo segnale, ci avvertiva che era in paese, allora sotto le coperte per iniziare… una notte insonne!

“Mamma è arrivata?” – “No, non ancora da bravo dormi” – “Mamma ma non è ancora arrivata?” – “No è notte, ha un giro lungo” – “Mamma…”.

Arrivava alle cinque, non poteva tardare oltre, noi bambini proprio non ce la facevamo più; giù di corsa in cucina per vedere il piatto della Santa che ci sbalordiva: ben cinque caramelle di zucchero incartocciate, tre noci, due torroncini, una mela, un arancio, frutto poco noto allora,  persino due paste, anche la pistola e il cappello da cow boy e la bambola di pezza per le bambine.

I dolci svanivano all’alba, la frutta la sera, i giochi invece ci facevano compagnia per l’anno intero.

Capite la magia di quelle notti di Santa Lucia?

LO SCAMBIO DI PACE

Lo scambio di pace

con gesto e sorriso
mi giro di là di qua
davanti e indietro

fra banchi  semivuoti

trovo la  pandemia
pochi fedeli alla messa

taluni senza certezza.

Il quotidiano arranca

senza la fede certa di ieri
garantiva vita nell’aldilà

con responsi sicuri al dopo.


Il presente era confortato
ora tradito non ha meta.

NEL TEPORE DELLA STALLA

..soave tepore che profumava di fieno

Tempi addietro l’arrivo dell’inverno accorciava tremendamente le giornate; si cenava al primo buio ed era poi  faticoso convincere tutti a coricarsi con le galline.

Stare svegli però, restare in cucina, comportava tenere acceso sia la luce che il fuoco ed erano lussi che pochi potevano permettersi.

Ci si rifugiava allora nelle stalle dove, al chiarore soffuso di una sola lampadina, le famiglie potevano ingannare quell’ora raccontando fatiche e gioie del giorno, avvolte nell’animalesco, soave tepore che profumava di fieno, ninnati dal paziente ruminare delle vacche.

La  stalla trasmetteva serenità, quietava le ansie del giorno, le mamme a volte recitavano il rosario a Sant’Antonio Abate protettore di tutti gli animali della cascina mentre i padri scambiavano opinioni sui tempi della semina e i bambini sonnecchiavano o facevano dispetti ai vitellini; a ravvivar la comitiva era, a volte, l’ingresso inaspettato di un baldo giovane arrivato sin lì perché sicuro di trovare la Rosina.

Questi raduni iniziavano proprio a Santa Caterina, 25 novembre, quando anche il proverbio consigliava di tenere gli animali riparati nella stalla.

Il rientro alle proprie abitazioni con i bambini assonnati, avvolti nel tabarro del babbo, avveniva spesso in notti magiche, limpide, fredde, stellate e il gelo del breve tragitto, dalla stalla al letto, faceva apprezzare ancor più a tutti il tepore lasciato sotto le lenzuola dalle braci dello scaldino.

ADI DESIGN MUSEUM COMPASSO D’ORO

A fine autunno sono ripresi i corsi di ”ACTEL ’Università della terza età” che frequento come studente e docente; lo slogan stampato sul programma dice: “Se smetti di imparare cominci ad invecchiare” suggerimento che condivido a pieno.

Durante l’anno sono previste anche uscite per musei e città d’arte e questa settimana, la prima, ci ha portato all’ “ADI Design Museum Compasso d’oro”  zona Monumentale, da non confondere con lo spazio della Triennale, perché ADI ha aperto solo il 25 maggio scorso e nei suoi 5000 metri quadri di esposizione raccoglie i pezzi vincitori del “Compasso d’oro” premio assegnato ai  miglior disegno industriale a partire dal 1954.

Una vera sorpresa, una visita assolutamente stimolante che mi permetto di suggerire, tanto Milano è a un tiro di schioppo.

Subito colpito dalla “double face” della struttura, ex area industriale: davanti la modernissima Piazza Compasso d’oro, alle spalle, dove si parcheggia, via Bramante stretta dai muri giallo ocra scrostati, dove sferraglia ancora il tram fra i palazzi della vecchia città, il tutto a conservare la memoria della Milano della mia infanzia e quella moderna del post EXPO.

Dentro la semplicità e la complessità del design racchiuso nella scritta all’ingresso che dice: “IL CUCCHIAIO E LA CITTA”  a suggerire che l’architetto deve mettere la stessa tensione sia che progetti una metropoli o un oggetto in apparenza banale quale un cucchiaio.

Se fuori c’era la memoria dentro il tempo che scorre e sono proprio le posate ad evidenziarlo cambiando forma  e testimoniando la fine dei pranzi domenicali soppiantati da brunch e buffet dove sparisce il coltello, tanto il cibo è frazionato e così basta un piccolo oggetto degradabile che poi si butta. 

Evoluzioni, evoluzioni lì sotto il naso che anticipano i tempi, che fanno sparire, negli anni del boom demografico, i vecchi banchi nelle sostituiti da singole seggiole, poi le prime poltroncine ergonomiche per impiegati, l’orologio che non va più letto, superflue le lancette, esce infatti il numero di ora e minuto, il televisore che non è più mobile decorativo, la sveglia che ti guarda, sino agli studi meticolosi della segnaletica della prima linea rossa della metropolitana, indispensabili allora per cittadini che ancora non sapevano salire sulla metro.

Poi l’edilizia delle case popolari che ha spazi limitati, difficoltà che spinge gli architetti ad escogitare “l’occultamento”soprattutto nella cameretta dei figli dove il letto appare e scompare nell’armadio a parete.

Poteva mancare la mitica “500”? La guida ci ricorda che 500 era il prezzo: cinquecento mila lire di allora, ovvero 13 mensilità di un operaio.

Poi il nuovo millennio presente con l’esposizione di una spaziale Ferrari e protesi di arti, nello specifico una mano, che grazie a microchip collegati al sistema nervoso consente movimenti impensabili sino a ieri.

La guida subito all’inizio ci ha avvisati: vi capiterà di vedere un oggetto ed esclamare: “ma ce l’avevo”, questa soddisfazione l’ho avuta anch’io e l’oggetto che ancora posseggo è la lampada “Spider” del ’65.

Che dire, mi sento di suggerirvi la visita, il museo si definisce giustamente “auto generativo” perché di anno in anno si arricchirà dei pezzi vincitori dell’ambitissimo premio “Compasso d’oro”.

CERCANO I TUOI OCCHI

Cercano i tuoi occhi

ancora assonnati 

fra le mie braccia

la luce del mattino.

Per attimi ancora

culliamo nel chiarore

i sogni  della notte 

che sta per svanire.

Cercano i tuoi occhi

ancora assonnati

fra le mie braccia

il buio della notte.

Per attimi ancora

culliamo un amore

fragile come cristallo 

forte come la roccia.